giovedì 27 novembre 2008













TEL AVIV

La traversia comincia al Ben Gurion di Tel Aviv. Allo sbarco, il rituale check passaporti. Una poliziotta bastarda - a cui ho chiesto di non timbrarmi la pagina per non darmi problemi poi con i paesi arabi - quando vede la collezione di timbri sospetti e i visti libanese, siriano ecc. mi fa mille domande e mi mette a sedere nella stanza degli interrogatori, mi lascia lì quaranta minuti come un avanzo di galera, quindi mi rimpalla alla collega senior, la quale appurata la mia non appartenenza a nuclei terroristici mi rilascia a malincuore... e con un bellissimo timbro israeliano stampato in bella mostra a pag. 8! pazienza, dovrò rifarmi il passaporto (terza volta in 2 anni).




Caldo secco e profumo di mandarini. Strade meravigliose. Vita fino a tardi. Palazzi accesi e lungomare da surfisti (Rehov Hayarkon). Gente giovane, fiera, informale, donne belle e svestite, tanti russi dappertutto, pietre candide come il tempio di Salomone.

Le bandiere bianche e azzurre con la stella di David fanno richiamo alle case e al Mediterraneo.

Questo Mediterraneo che deposita nel suo cantuccio a sudest tutto il materiale vario di cui è composto: olive, storia, pezzi di legno, viali da passeggiare per mano, pane sfornato, echi di chiese, cocci di bottiglia. Questo mare nostro è un mosaico di pezzi antichi e smussati dal tempo.

Tel Aviv vuol dire qualcosa come "Nuova dalle rovine". E' mercantile e moderna quel tanto che basta a farti apprezzare lo spirito e l'austerità della città santa, Gerusalemme, a soli quaranta minuti da qui, sui monti.


Questa volta il mondo mi trattiene e mi fermo sulla costa.

Un paio di giorni di business e la cena conclusiva in un locale in che si chiama Messa e che della chiesa ha tutto, la navata centrale, l'altarone adibito a tavola, l'atmosfera incensata.. e pure la "benedizione" finale, un bel conto da 160 euro a cranio.


Tel Aviv sfugge alle definizioni. E' tutto troppo giovane ed energetico per essere in Europa, e al contempo vi sentite troppo a vostro agio e a casa per trovarvi negli States. Aggiungete che tutto questo - che farebbe erroneamente pensare al best place to live - è presidiato a vista, a ogni angolo di strada, da soldati in pattuglie armate e posti di blocco. Il motivo è che Israele, la sua apparente dolcezza e il radicamento con la storia non sono una realtà ma un'idea, un utopia, un ideale inseguito, realizzato e difeso con i denti. Come ogni utopia, un sogno violento. Realizzato non con la pace ma con tanta prepotenza e tanto sangue.

Lo stato di Israele è caduto come una nevicata sul territorio precedente, Tel Aviv è sorta già moderna e felice con la pretesa di poter nascere dal nulla ma dal nulla non nasce cosa... l'utopia del benessere e l'anomalia del popolo ebraico disperso nel mondo hanno generato questo posto senza collocazione, felice come un ricco senza passato, sapiente come un vecchio con tante esperienze. Negli ultimi 3 anni le cose, sì, sono cambiate, per strada c'è più calma, più sicurezza, meno tensione. Ma i problemi non sono ancora risolti.


Domani se riesco entro in Palestina e vedo il rovescio della medaglia e poi vi dico.


Baci.