NEPAL
Troverò mai un luogo che
corrisponda all'idea che ne abbiamo prima di andarci?
Kathmandu mi coglie alla
sprovvista come uno sgambetto. Mi fa cadere.
Mi aspetto il Nepal turistico,
caotico, bello solo oltre una certa quota. Mi aspetto una città povera, un
posto simile all'India, con tante sanguisughe pronte a svuotare le tasche di
turisti hippy nostalgici. mi aspetto una vallata con una città' non troppo
grande e le montagne intorno.
Bene, le montagne ci sono eccome,
imponenti. Ho fatto il viaggio da Delhi con il naso incollato al finestrino.
l'aereo della Air India ha volato a sud della cordigliera fino a Lucknow, poi
con una virata a nord in soli dieci minuti è arrivato a destinazione.
mi ha colpito il panorama
che in brevissimo varia dalle
piantagioni terrazzate di te' (il famoso Darjeeling) alle cime boscose di una
prima catena montuosa, che poi si abbassa fino alla piana di Kathmandu. in
lontananza, estese, le possenti cime innevate che dopo attento studio ora so
riconoscere gli Annapurna e il Manaslu ad Ovest, l'Everest defilato, ma ben
visibile, ad est. La pista di atterraggio e' un campo esteso. la città appare
subito nella sua stranezza, già dai primi scorci dalla pista.
Un bus antidiluviano ci porta al
terminal. La procedura per il visto e' banale e veloce, il che e' indice -
ormai lo so - di un paese o molto organizzato oppure molto arretrato. so già
quale delle due opzioni e' quella vera, qui.
I clienti mi vengono a prendere
con un festoso comitato di accoglienza. sono allegri e assai curiosi. Mi salutano
con il Namaste a mani giunte, che in India non usa quasi nessuno. Dalle prime
battute riconosco il tipo di città. Polverosa e animatissima, e' talmente
arretrata e povera da somigliare all'africa. In asia e' raro trovare dei posti
come questo.
indubbiamente c'e' miseria. i
volti della gente hanno la durezza di tratti di chi sa che cosa sia la fame e
lo sforzo. mi colpiscono subito i lineamenti particolari di questa gente. si
tratta di volti che stanno tra l'indiano e il cinese esattamente a meta' strada.
una volta che uno ci si sia abituato, sono inconfondibili.
Sparsi tra la popolazione si
riconoscono anche dei tibetani. sembrano essere più poveri dei nepalesi
e dai tratti marcatamente orientali.
i vestiti sono bizzarri. le donne
vestono colorate come le indiane. gli uomini invece hanno abiti sobri e un
caratteristico copricapo a zuccotto, simile a quello usato nelle filippine.
vedo bambini dappertutto,
sorridenti, allegri, in costante pericolo tra le auto e le moto che sfrecciano
ovunque. le bambine fin da piccole hanno un trucco vistoso sul viso, gli occhi
bordati di un mascara blu scuro che spesso e' tutto sbavato sulle guance: e
sfido.. le bambine piccole piangono!
delle ragazze e le donne mi
colpisce la grande armonia dei tratti del viso. spesso di corpo molto esile e
gracile, hanno tuttavia una eleganza e una forza magnetica nello sguardo che
non si può non notare. Nel complesso non le si può definire delle vere
bellezze, ma gli occhi e il sorriso le rendono molto aggraziate.
i negozi sono ovunque ai lati
della strada. vendono di tutto e non si sa a chi. piccole botteghe stracolme di
mercanzie, suddivise per quartieri a categorie, dall'automotive
(pneumatici-pezzi di ricambio) all'igiene, ai dolci, ai pezzi di carne di pollo
e agnello, ecc.; le botteghe che espongono artigianato per turisti non sono
sicuramente predominanti e si concentrano in una parte della citta' la più
visitata dagli stranieri.
un odore penetrante e
indescrivibile permea l'aria in tutta la città. direi che e' un misto
di fumi del traffico, aromi dolciastri, sporcizia, incensi. nella lista dei
fumi sicuramente sta non solo il traffico ma qualche altro fumo, quello, per
esempio, che emana dalle pire funerarie sparse qua e la' per la città.
e' un miscuglio di odori a cui
non siamo abituati. in India questo mix e' più forte. In Cina lo si trova quasi
uguale appena si esce dai centri città.
mentre sto scrivendo lo sento
ancora nelle narici, e' portato dalle decine di lavoratori nepalesi che vanno a
dubai per fare i moderni schiavi. sono sul loro stesso volo e vi garantisco che
sembra di essere ancora a Kathamndu.
un odore del genere, ne sono
sicuro, ci deve essere stato nelle nostre città fino a un centinaio di anni
fa. Quando anche da noi l'igiene era limitata, i bagni un bene
di lusso, i sistemi fognari approssimativi e la merce venduta all'aperto e non
refrigerata, le nostre città' non potevano emanare fragranze paradisiache o
un'atmosfera piuttosto neutra come quella odierna.
Per inciso, sarebbe facile fare
una mappa olfattiva del mondo.
l'Asia ha gli odori che ho
descritto e qualcosa di alimentare in cina.
l'Africa ha un odore più
viscerale, pungente, di bestia grossa e di terra.
l'America del nord non ha odori,
che io ricordi.
l'America del sud e centrale
sanno di combustibile, gomma e strada.
l'Europa e' per lo più neutra ma
in certe zone della germania e dell'europa dell'est gli odori della campagna
arrivano anche nelle città.
dell'Australia ricordo la
fragranza degli eucalipti.
tornando al Nepal, i miei cortesi
ospitanti mi concedono un giorno di escursione. In realtà' la mia meritatissima
escursione me l'ero prenotata per i fatti miei con una guida di trekking che
avrebbe dovuto portarmi a camminare poco sopra la vallata di Kathmandu e ad
ammirare il tramonto con le cime più' alte; questo solo nei miei piani, perché'
in realtà mi rendo conto fin da subito che i clienti non hanno nessuna
intenzione di abbandonarmi fino a quando risalirò sulla scaletta dell'aereo.
di loro spontanea iniziativa cancellano la mia prenotazione per il trekking.
non c'e' bisogno di nessun trekking! - mi dicono tutti contenti - questo posto
si può' raggiungere comodamente col loro SUV. mi scende una lacrima simbolica
mentre vedo il mio agognato e sospirato trekking che svanisce come una
nuvoletta di fumo.
l'indomani avrei dovuto partire
con la guida alle nove del mattino. invece partiamo nientemeno che all'una e
mezzo (!). la prima tappa e' una splendida città' patrimonio dell'Unesco di
nome Bokhtar. mentre il SUV ci aspetta fuori del centro, proseguiamo a piedi e
immediatamente ci troviamo nel mezzo di una vera città' storica nepalese, con
stupendi edifici religiosi e non, che, da quanto capisco (guai ad assoldare una
guida…) risalgono all'incirca al 1500-1600. scattiamo decine di foto in varie
pose e io mi mostro sempre sorridente per compiacere i miei due accompagnatori
che sono:
1. Pradeep. e' il rampollo della
famiglia proprietaria dell'azienda che sono venuto a visitare. ventiduenne
simpatico ma molto confusionario, e' convinto di parlare bene l'inglese ma il
suo bofonchiare a raffica sta all'inglese come lo swahili all'eschimese. la sua
espressione migliore ricorda Il Trota (Bossi Jr.) in versione hindi. dei
monumenti non gli interessa granché' ma ama farsi fotografare e ride ad ogni
cosa che dico.
2. Sanju. la giovane assistente
del fratello maggiore di Pradeep, Sunil, il direttore dell'azienda. e' una
nepalese doc molto carina e premurosa, larghi sorrisi di denti bianchi sul viso
dalla pelle ambrata. decisamente più' acculturata del Trota sulla storia e
sulla cultura nepalese , non sta zitta un attimo, e' di buona compagnia e mi e'
di grande aiuto nello shopping dove mi da' ottimi suggerimenti sulla qualità'
delle lane pashmina e dei dipinti buddisti.
parlando di questi ultimi, ci
sono tre temi iconografici ricorrenti.
il primo e' la vita di Buddha.
dalla nascita di Siddharta fino alla fine, passando attraverso gli episodi
chiave della fanciullezza nella dimora principesca, all'uscita dal recinto con
la scoperta del dolore e delle verità, fino all'annuncio della dottrina.
il secondo e' uno schema
cosmologico di purificazione detto Mandala. il Mandala e' una rappresentazione
dell'universo, con un circolo esterno in cui e' inscritto un quadrato in cui e'
inscritta una stella. il centro della stella raffigura la perfezione e il
fulcro dell'universo.
i raggi della stella sono fatti
di tanti piccoli Buddha. al centro di solito sta il segno Om.
il circolo, il quadrato e la
stella rappresentano questo mondo. sopra sta il cielo e sotto sta la terra.
sembra che il circolo sia una posizione mediana tra la terra e il cielo e che
l'uomo stia nel mezzo. il cerchio allude chiaramente alla ruota della vita. una
ruota che si muove incessantemente, ma che nel suo muoversi ha un fulcro.
questo fulcro, immanente alla vita terrena ma nondimeno trascendente, e' il
nirvana, raggiunto all'ultimo stadio della meditazione e dopo un percorso che
appare complesso. la ruota e il quadrato sono anche un'allusione al finito e
all'infinito.
senza indagare troppo sui legami
di senso, e' innegabile l'analogia tra la ruota della vita, con dentro il
quadrato e la stella, e l'Homo Vitruvianus di Leonardo da Vinci.
nella versione rinascimentale,
l'uomo sta al posto dei buddha - ma questo non e' una vera contraddizione - e
lo spazio del nirvana e' prosaicamente occupato dal baricentro del corpo umano
- l'ombelico.
3) la terza scena ricorrente che
incontro e' una specie di giudizio universale con le divinità' che mandano i
buoni in cielo e i cattivi nella fiamme. l'inferno e il paradiso sono divisi in
settori analoghi ai gironi danteschi; nell'inferno, in particolare, vi sono
raffigurati castighi del tutto simili a quelli della Divina Commedia. mi
chiedo, e non so rispondermi, se questa analogia sia casuale (la risposta che
mi do e': no!), e se non lo e' se sia frutto di qualche osmosi culturale che
accomuna le due culture, quella medievale italiana e quella
nepalese/indiana/tibetana, o semplicemente di uno svilupparsi parallelo di un
mito analogo in contesti non comunicanti, come risposta a una domanda presente
trasversalmente: che ne sara' di noi dopo la morte? non possiamo comunque scartare a priori la
prima ipotesi. se tra la Kathmandu e la Firenze di mille anni fa possiamo
escludere ogni contiguità culturale, sta di fatto che nelle culture
geograficamente intermedie si trovano esempi a decine di giudizi universali.
l'Islam, per esempio, in quegli anni estende la sua influenza dalla Spagna
(al-Andalus) fino alle pianure del Gange.
uno dei testi islamici più
particolari, il Kitab al-Miraj (libro della scala), racconta di un sogno e di
una visione apocalittica del profeta Muhammad, rivelando un'architettura
escatologica del tutto simile a quella di Dante nella Commedia. il fatto e' che
il Kitab al-Miraj e' ben anteriore alla stesura della Divina Commedia. potremmo
quindi pensare, in via del tutto ipotetica, che già prima dell'anno mille per
tutte le terre dell'Islam circolasse questa dottrina sul premio e castigo
divino che troviamo poi articolata in modo sommo e all'interno del sistema
cristiano da Dante, e che, in qualche modo, potrebbe aver permeato le culture
di area centro asiatica fino ai territori di cui stiamo parlando.
questi pensieri filosofici mi
conciliano la fame. Pradeep, Sanju e io entriamo per rifocillarci in un bel
lodge per turisti che espone fuori in grande il logo della Lavazza.
mentre io e Sanju consumiamo in
fretta un Dhal Bhat, piatto pronto nepalese a base di riso e lenticchie,
accompagnato da un ottimo yogurt e un bicchiere di sweet lassi (latte
fermentato), Pradeep da' il peggio di se' ordinando una pasta all'arrabbiata e
una pizza con ingredienti misti. quest'ultima viene preparata e servita in
circa un'ora di tempo. guai a far notare al piccolo Trota che fra un'altra ora
il sole scenderà' e il nostro tramonto a Nangarkot, meta panoramica della gita,
diventera' in breve una bella notte stellata.
con estrema lentezza il Trota si
gusta una pizza che appare terribile solo a guardarla, con condimenti che
sembrano usciti da un film horror. infine tuta sonoramente, tra l'indifferenza
generale, e proclama: I Love Italian Pisa! i commenti in altra sede..
risaliamo il pendio che ci porta
a Nagarkot mentre, nemmeno a meta' strada, i picchi dell"himalaya fanno
capolino tinti di un bell'arancione acceso. A me, inesauribile ammiratore di
tramonti, questo dice soltanto una cosa: che tra cinque minuti il sole sara'
sceso e noi siamo ancora in macchina. peggio: siamo bloccati ad ogni tornante,
perché ci precede una fila di autobus mentre un'altra fila ormai sta scendendo,
creando ingorghi su una strada poco più' larga di un autoveicolo. disperato sto
per lanciarmi fuori dalla macchina per correre su per il prato e afferrare
l'ultimo bacio del sole, ma non serve, la meta e' ancora lontana. quando arriviamo
al pulpito panoramico, le alte cime e le giogaie nevose dei sei-settemila metri
sono ancora accesi di bluastro mentre scende la notte e appaiono le prime
stelle.
il paesaggio e' comunque
stupendo.
penso a come sarebbe bello se
anziché trovarci su questa modesta altura in una valle fossimo ai piedi delle
montagne, per esempio nella valle di Pokhara, la meravigliosa città posta
all'accesso delle aree escursionistiche dell'Annapurna, ad ovest. ne dicono un
gran bene. io l'ho vista solo in cartolina, ma sono rimasto impressionato dalla
maesta' di un circo di vette da sette e ottomila metri, che in sequenza si
specchiano in un limpido lago. su tutte domina la montagna sacra, un Cervino
dell'Himalaya, una vetta dalla sommità' bipartita a coda di pesce e che di tale
ha il nome (Machapucchare in nepalese), settemila metri mancati di un soffio.
forte come una pietra si fa strada in me l'idea che un giorno troverò'
finalmente il tempo e l'occasione di un trekking come si deve da queste parti,
ovviamente in compagnia degli amici fidati.
La realtà' invece e' dispettosa.
Anziché camminare torno mogio mogio nel SUV di Pradeep e poi tutti giù per la
strada stretta e tortuosa; per passare il tempo canto storpiando, stonato,
canzoni indiane e nepalesi che la radio trasmette, tra le risate del Trota e
della infreddolita e spensierata Sanju. Tutto ad un tratto il mondo mi sembra
divertente e spensierato. mi sento tra amici. E un pensiero mi sfiora: se fossi
salito di buon'ora con la guida a quest'ora avrei gli occhi pieni della
bellezza dei ghiacciai al tramonto; ma l'allegria di stare bene in mezzo ad
amici, fino a poco prima sconosciuti, fa splendere le vette anche nel buio
della notte.
L'ultimo giorno in Nepal non lo
descrivo. e' una giornata di lavoro anche se e' domenica. mi fanno fare il giro
dei ristoratori negli hotel più lussuosi della città e a tutti devo decantare
le delizie dell'Italian Food e dell'Italian way of life.
ho visto gente felice nello
spirito pur vivendo del minimo, e ora il nostro universo alimentare mi irrita.
La vita procede a morsi, e senza
trama. la metamorfosi dello spirito e' un pasto consumato a piccoli bocconi,
qua e la', che riempiono lo stomaco senza avere seguito un elenco nelle
portate, ne' un cerimoniale, ne' un'etichetta; si variano i commensali, la
sala, il piatto, il sapore. resta una malinconia alimentare e un grigio,
lunatico senso di colpa per trovarsi al tavolo delle autorità mentre la festa
e' altrove, lontani echi di strumenti a fiato.
Pieno di suggestioni alimentari,
uccido la fame con le metafore. di fronte al cibo vero, idolatrato, esportato,
abbellito, mi chiedo: che cosa resterà di questa nostra cultura al tramonto?
L'arte di vivere, la chiamano. ce
la riconoscono e ci chiamano maestri di stile di fronte al mondo intero.
Allora perché non abbiamo stile
nello sceglierci i compagni? nello sminuzzare la felicita' e farne condimento
costante delle giornate, anziché svago dalle ordinarie occupazioni a cui sempre
mestamente torniamo?
Cosa ci impedisce di sorriderci
quando ci incontriamo? cos'e' che ci fa
esistere estranei gli uni agli altri?
Buon vivere lo chiamano, io vedo
solo egoismo e volontà di autorità. alleviamo cani e gatti che costano alla
società quanto basterebbe per svuotare centinaia di orfanotrofi. ce li teniamo
stretti i nostri animali, li alleviamo, li pettiniamo, li vestiamo, li curiamo
al punto da farne dei figli.
Ma un cane ci dara' degli eredi?
imparerà da noi o ci insegnerà l'arte più difficile - quella di distillare
l'esperienza dal passato e farne un dono da offrire agli altri? cerchiamo
obbedienza. cerchiamo forza e riconoscimento.
cerchiamo affetto e tenerezza, ma
da ricevere, non da dare. compriamo e alleviamo animali per dare affetto, o per
riceverne? non e', l'animale, una riserva di affetto disinteressato? il giusto
complemento alla prostituzione - quest'ultima riguardando solo il corpo? quello
che ci serve per sentirci completi e' dunque: cuccioli e puttane?
Non ci accorgiamo che stiamo
assecondando la natura nel condannarci all'auto-estinzione della specie? che la
nostra capacita' riproduttiva sia ormai minore rispetto a quella dei popoli
poveri e delle nazioni emergenti, e' un dato di fatto. quello che sorprende
notare e' quanto in realtà ci piaccia aiutare la natura in questa sua darwiniana
azione di estinzione della specie vecchia e di ringiovanimento dell'umanità.
parliamo sempre di cibo. il cibo
e' diventato il nostro modo di percepire, di saziarci, di sentirci abbondanti,
placati, esauditi nei nostri desideri, realizzati.
il cibo e' il nostro svago.
usciamo per deliziarci il palato. il cibo e' il collante dei nostri rapporti.
scopriamo le nostre tradizioni e ce ne innamoriamo solamente tramite la tavola.
siamo luculliani, epicurei, decadenti anche in questo. le nostre mense sembrano
quella di Trimalcione.
tutti gli animali sono buoni per
le nostre fauci voraci.
il ventre, non l'occhio, e'
l'organo conoscitivo nel rapporto con il mondo. e chiamiamo tutto questo
"cultura". ci facciamo conoscere nel mondo per questo. si' il cibo e'
cultura, ma il non saper sopravvivere senza questa forme di cultura e' uno
scandalo.
imbarbariamoci. torniamo
incivili. lasciamo stare il cibo, i pranzi della domenica, gli svaghi dolci e
paesani della nostra piccola Italia. lasciamo tutte queste cose ai turisti.
invitiamoli e trattiamoli bene. ma noi, Italiani, smettiamola di abbuffarci.
riscopriamo il sacrificio, il
digiuno, l'attesa e la preghiera.
riconosciamo che lo spirito ha
fame di qualcosa che nessuna cucina regionale e slowfood ci può dare.
nel cibo, sforziamoci di seguire
un regime di casta sobrietà (oddio…) e quel poco che ci serve, sempre
condividiso, mai da soli.
smettiamola di allevare animali
se questo e' un palliativo al nostro desiderio di avere e dare affetto, perché
anche per una civiltà' al tramonto e' possibile fare figli, o adottarne. Dai,
non cerchiamo scuse. Ce ne sono tante, e tutte legittime. ma dopo aver avuto
per anni vari cani ed essere diventato padre di una bimba, mi sento in colpa
per aver amato un cane come se fosse un figlio.