Terima kasih…
martedì 28 aprile 2009
BALI
Sospetto sempre delle mete da sogno, e c’è un motivo. Normalmente, nel tempo in cui una località assurge al rango dapprima di meta trend, poi di posto famoso, infine di destinazione da sogno, ha già perso non soltanto ogni vestigio di autenticità, ma anche quello charme che le ha fatto meritare tale fama. E’ sicuramente il caso di Bali, isola ad est di Giava, conosciuta da secoli all’Occidente, antica colonia olandese e meta turistica a partire dalla fine dell’Ottocento, quando gli opuscoli pubblicitari ad Amsterdam mostravano ai pionieri del turismo sessuale (Italiani rilassiamoci, non siamo noi… ) l’immagine delle ballerine balinesi col seno scoperto, che hanno valso all’isola la fama di luogo dei piaceri. Una fama del tutto immeritata, visto che le donne balinesi erano e sono notoriamente assai pudiche, e alla vista dei primi olandesi eccitati di fronte alle loro innocenti esibizioni rituali correvano a coprirsi spaventate. Col passare dei decenni, questa reputazione cessò, e arrivò invece l’era del surf, che vide l’apertura dei primi hotel e resort sulle spiagge più belle come Kuta e Nusa Dua. Oggigiorno, sulla morigeratezza delle balinesi non metterei certo la mano sul fuoco. Tanto quanto Phuket o Pattaya, oggi a Bali si trovano centinaia di coppie assortite – lui maturo/vecchio occidentale o giapponese, lei che pare uscita da una tela di Gauguin. L’isola in sé è un luogo culturalmente affascinante.
Tre milioni di abitanti in un territorio grande quanto una piccola regione d’Italia, una religiosità così diffusa e ricca di manifestazioni esteriori di culto, da pervadere addirittura il paesaggio. Ogni casa ha il suo tempio annesso. In genere, sembrano molto più numerosi i templi che le abitazioni. L’isola abbonda di altari, cippi in pietra vulcanica su cui i balinesi mettono tele colorate a mo’ di gonna, e davanti ai quali offrono frutta e incensi in cesti di foglia di banana. La popolazione è tale che anche luoghi inospitali quali le foreste e le caldere vulcaniche sono abitati. I famosi terrazzamenti delle risaie, immagine-cartolina dell’isola, sono un modo per strappare terra coltivabile dove il terreno scarseggia. La bellezza delle spiagge è innegabile, eppure non c’è né la sabbia bianca dell’oceano indiano, né la varietà di paesaggi marini della Thailandia, né la solitudine delle rive australiane. I resort internazionali di Nusa Dua sono certo a livelli da sogno, ma in fondo ve ne sono di simili in molti posti del mondo. Il meglio di sé, Bali lo dà proprio in questo mix di cultura, religiosità e ambiente. L’umanità balinese non è certo invidiabile… esperti e approfittatori, i locali ci vedono come esseri ricchi e ingenui che vanno spremuti, unti, massaggiati, tentati. Proliferano le Spa e i centri massaggi. Per trenta euro farete un pomeriggio in una spa balinese, con un’ora e mezzo di body massage , bagno nella vasca con i fiori, scrub di sal
i e miele, rilassamento garantito. Oppure se vi sentite in vena di provare qualcosa di ancora più tipico, andate in cerca della foot reflexology, la terribile/divina riflessologia podalica. Per coloro che non l’avessero mai provata, diciamo che si tratta di una forma di massaggio antica e altamente scientifica, basata sul presupposto (olistico, come tutta la medicina asiatica) che nella pianta del piede vi sono alcuni punti nevralgici per l’intero organismo, e un massaggio ai piedi sapientemente condotto riequilibra l’organismo e scioglie le tensioni nervose. Ora, fin qui tutto bene; se però vi chiederanno se preferite il massaggio soft o strong, dovete pensarci bene prima di chiedere il secondo: quest’ultimo viene infatti impartito da massaggiatrici apparentemente minute e gracili ma in realtà vere macchine da guerra dalle manine di acciaio puro, che vi conficcheranno le dita nel palmo del piede per pescare i punti di massimo dolore, e una volta trovato il nervetto che vi farà saltare sulla poltrona, insisteranno inesorabili a stimolarlo con forza, provocando strazio e dolori lancinanti. A conferma dei collegamenti tra il piede e i vari organi, ogni tanto sentirete che la pressione di un certo punto del piede vi causa fitte in punti assurdi, come i gomiti, le orecchie o il petto; la tortura dura in genere un’ora, fino a quando cioè i vostri nervetti non saranno completamente riallineati (o distrutti) e potrete quindi godervi il tè allo zenzero che avrà lo stesso gusto di vittoria di un bicchiere d’acqua dopo la traversata del deserto. A Bali il turismo è calato molto dopo i due attentati suicidi del 2002 e del 2005. Oggigiorno, la stragrande maggioranza dei turisti è data dai russi e dagli ucraini con relative amiche/consorti. I giapponesi sono il secondo gruppo, mentre il terzo sono gli australiani.
Gli italiani, i francesi e i tedeschi vengono dopo. Come ultima curiosità, merita di essere segnalata la famosa Jimbaran, un luogo incantevole per certi versi (e assolutamente kitsch per altri) con una spiaggia e una fila di ristoranti con i tavolini piantati nella sabbia, dove vi serviranno del favoloso pesce a lume di candela con vista oceano e onde altissime, mentre un’allegra banda di musicisti vi si parerà davanti, vi chiederà where are you from? E alla vostra risposta vi gracchierà O solle mio stai flonte ammè con un ritmo da salsa cubana, tra gli sguardi commiserevoli degli ucraini seduti agli altri tavoli, biondi re dei Tropici con le loro regine stile Barbie e le aragoste a buon mercato.
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JAKARTA
La danza abbia inizio. Si comincia dal caos terzomondiale dell’Indonesia. Approdati a Jakarta dopo un interminabile volo Lufthansa via Singapore, i vestiti primaverili che ci si incollano addosso (35 °C), ci troviamo presto assorbiti nelle strade caotiche della grande capitale. I suoi venti milioni di indonesiani, esseri umani minuti e dai tratti sgraziati, provvisori ed esotici, la intasano a tutte le ore del giorno, scorrendo in interminabili fiumane di motorini e tricicli, auto giapponesi, biciclette;
aggirando gli ostacoli e i semafori come l’acqua di un torrente in piena intorno ai massi. Le insegne in bahasa indonesia, un linguaggio scritto in caratteri latini e vagamente imparentato col nostro, sono falsi amici, perché ben poco vi si comprende a parte farmasi, ospitala, senter, plaza e poco altro. Per il resto si tratta di una lingua asiatica in tutto e per tutto. Jakarta ha grandi piazze e arterie imponenti e geometriche, una sorta di Parigi stracciona con i monumenti retorici e recenti di una capitale sovietica. Stupiscono, accanto a vaste aree di baracche lungo canali sudici, i complessi commerciali nuovi di zecca, costruiti come funghi negli ultimi dieci ann
i. I giavanesi li affollano. Mariti, mogli con due, tre o quattro figli per coppia, e per ciascun figlio una badante. Lussi impensabili per le nostre latitudini, ma possibili qui per questa gente, dato il costo irrisorio della manodopera a basso profilo. Appena un indonesiano si arricchisce, aspira naturalmente agli stessi agi padronali a cui è stato avvezzo per secoli grazie alle strutture di potere introdotte dai colonialisti europei. Un fenomeno simile a quello che ho già notato in Brasile: le donne di umile condizione, appena emerse dalla miseria grazie a un matrimonio ben piazzato, aspirano inevitabilmente alla colf, alla tata e alla vida boa che considereremmo appannaggio delle matrone più abbienti. Questo è inevitabile, dal momento che lo status signorile consiste non tanto nella ricchezza in sé, quanto nell’istituzione di un sistema di potere sugli altri – e il potere sugli altri non esiste senza riconoscimento, vale a dire poter mantenere una coorte di servi pronti a riverire il signore. In uno di questi centri commerciali, dopo aver passeggiato tra decine di boutique italiane dell’alta moda, entriamo in un appariscente supermercato dall’aria raffinata e internazionale. Il titolare del negozio si dimostra molto gentile con noi, trattandoci come ospiti. Proprio in quanto ospiti, ci offre la cosa più preziosa che possa darci: è un caffè speciale, il Kopi Luak. Speciale perché – lo dimostra il prezzo per confezione (80 Euro per duecento grammi) – viene ottenuto in modo del tutto particolare. Mentre io sorseggio un normale espresso ascoltando la spiegazione sulla storia del caffè Kopi Luak, Adriana ha già la sua tazza di Kopi in mano, l’annusa, la porta alla bocca e lo assapora con voluttà. Non ho animo di interromperla per dirle che cosa terribile, nel frattempo, ho saputo del caffè Kopi, e la lascio finire in pace. Dovete sapere che il caffè Kopi non viene prodotto direttamente dal chicco di caffè torrefatto, ma grazie al piccolo aiuto di un animale selvatico… il quale fa la torrefazione a modo suo. Cercando ben bene nella foresta tropic
ale, troverete gli escrementi del Luak, un grosso roditore simile a un tapiro, che si nutre di bacche di caffè. Tali escrementi, una volta seccati, hanno un profumo di caffè muschiato che piace molto agli indonesiani, i quali li mettono in una sorta di cialda e ne filtrano l’omonima bevanda. Che fare? Adriana dice che è buono… Non mi resta altro da fare che fare buon viso a cattivo gioco, e buttarlo giù tutto d’un sorso e senza zucchero, per assaporare al meglio l’aroma muschiato. Beh, ovviamente non posso tenere la mia consorte all’oscuro di questa storia, quindi le racconto tutto, provocando una reazione di disgusto immediato.
La danza abbia inizio. Si comincia dal caos terzomondiale dell’Indonesia. Approdati a Jakarta dopo un interminabile volo Lufthansa via Singapore, i vestiti primaverili che ci si incollano addosso (35 °C), ci troviamo presto assorbiti nelle strade caotiche della grande capitale. I suoi venti milioni di indonesiani, esseri umani minuti e dai tratti sgraziati, provvisori ed esotici, la intasano a tutte le ore del giorno, scorrendo in interminabili fiumane di motorini e tricicli, auto giapponesi, biciclette;
Asia Pacific
ASIA PACIFIC
Ancora in questo Oriente che adesso chiamo casa, stavolta ancora più casa mia perché lo spartisco con Adriana. Lei vi trova la cortesia e la frutta del suo Sudamerica, e approfitterà di una parte del mio lungo tour per farsi una bella vacanza. Io dal canto mio riprendo
le visite ai clienti, raccogliendo tutti insieme i mercati dell’Asia Pacifico in un lunghissimo tour: Indonesia, Hong Kong, Singapore, Malesia, Australia, Nuova Zelanda, Corea, Giappone, Taiwan
e Cina.
Rimarrò fuori ufficio cinque settimane, il viaggio più lungo di quelli fatti finora. Lo scopo del viaggio è quello di risollevare le vendite nel marasma della crisi mondiale, smuovendo e rivangando la stasi dei mercati, per pescarne qualche buon affare. Quel che mi aspetto personalmente: dimagrire qualche chiletto… cinque settimane di Asia snelliscono chiunque; e più filosoficamente, cercare i tratti comuni del “nuovo mondo” delle popolazioni delle sponde del Pacifico, sulle quali, come mi appare sempre più chiaramente ad ogni mio viaggio ad Est, sta sorgendo una nuova civiltà. Mi attendo anche qualche indizio per rispondere a una questione che da qualche tempo mi si pone sempre: chi è l’Homo Novus? Come si può riconoscere e sviluppare l’umanità di un uomo che non sia l’ultimo uomo di Nietzsche, un pallido e vile sopravvissuto della “fine della storia” (Fukuyama), coagulo di bisogni e detentore di beni, materiale di conquista del capitalismo planetario?

Rimarrò fuori ufficio cinque settimane, il viaggio più lungo di quelli fatti finora. Lo scopo del viaggio è quello di risollevare le vendite nel marasma della crisi mondiale, smuovendo e rivangando la stasi dei mercati, per pescarne qualche buon affare. Quel che mi aspetto personalmente: dimagrire qualche chiletto… cinque settimane di Asia snelliscono chiunque; e più filosoficamente, cercare i tratti comuni del “nuovo mondo” delle popolazioni delle sponde del Pacifico, sulle quali, come mi appare sempre più chiaramente ad ogni mio viaggio ad Est, sta sorgendo una nuova civiltà. Mi attendo anche qualche indizio per rispondere a una questione che da qualche tempo mi si pone sempre: chi è l’Homo Novus? Come si può riconoscere e sviluppare l’umanità di un uomo che non sia l’ultimo uomo di Nietzsche, un pallido e vile sopravvissuto della “fine della storia” (Fukuyama), coagulo di bisogni e detentore di beni, materiale di conquista del capitalismo planetario?
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