mercoledì 2 gennaio 2013

a Kathmandu

NEPAL
 
Troverò mai un luogo che corrisponda all'idea che ne abbiamo prima di andarci?
Kathmandu mi coglie alla sprovvista come uno sgambetto. Mi fa cadere.
Mi aspetto il Nepal turistico, caotico, bello solo oltre una certa quota. Mi aspetto una città povera, un posto simile all'India, con tante sanguisughe pronte a svuotare le tasche di turisti hippy nostalgici. mi aspetto una vallata con una città' non troppo grande e le montagne intorno.
 
Bene, le montagne ci sono eccome, imponenti. Ho fatto il viaggio da Delhi con il naso incollato al finestrino. l'aereo della Air India ha volato a sud della cordigliera fino a Lucknow, poi con una virata a nord in soli dieci minuti è arrivato a destinazione.
mi ha colpito il panorama che  in brevissimo varia dalle piantagioni terrazzate di te' (il famoso Darjeeling) alle cime boscose di una prima catena montuosa, che poi si abbassa fino alla piana di Kathmandu. in lontananza, estese, le possenti cime innevate che dopo attento studio ora so riconoscere gli Annapurna e il Manaslu ad Ovest, l'Everest defilato, ma ben visibile, ad est. La pista di atterraggio e' un campo esteso. la città appare subito nella sua stranezza, già dai primi scorci dalla pista.
Un bus antidiluviano ci porta al terminal. La procedura per il visto e' banale e veloce, il che e' indice - ormai lo so - di un paese o molto organizzato oppure molto arretrato. so già quale delle due opzioni e' quella vera, qui.
I clienti mi vengono a prendere con un festoso comitato di accoglienza. sono allegri e assai curiosi. Mi salutano con il Namaste a mani giunte, che in India non usa quasi nessuno. Dalle prime battute riconosco il tipo di città. Polverosa e animatissima, e' talmente arretrata e povera da somigliare all'africa. In asia e' raro trovare dei posti come questo.
indubbiamente c'e' miseria. i volti della gente hanno la durezza di tratti di chi sa che cosa sia la fame e lo sforzo. mi colpiscono subito i lineamenti particolari di questa gente. si tratta di volti che stanno tra l'indiano e il cinese esattamente a meta' strada. una volta che uno ci si sia abituato, sono inconfondibili.
Sparsi tra la popolazione si riconoscono anche dei tibetani. sembrano essere più poveri dei nepalesi e dai tratti marcatamente orientali.
i vestiti sono bizzarri. le donne vestono colorate come le indiane. gli uomini invece hanno abiti sobri e un caratteristico copricapo a zuccotto, simile a quello usato nelle filippine.
vedo bambini dappertutto, sorridenti, allegri, in costante pericolo tra le auto e le moto che sfrecciano ovunque. le bambine fin da piccole hanno un trucco vistoso sul viso, gli occhi bordati di un mascara blu scuro che spesso e' tutto sbavato sulle guance: e sfido.. le bambine piccole piangono!
delle ragazze e le donne mi colpisce la grande armonia dei tratti del viso. spesso di corpo molto esile e gracile, hanno tuttavia una eleganza e una forza magnetica nello sguardo che non si può non notare. Nel complesso non le si può definire delle vere bellezze, ma gli occhi e il sorriso le rendono molto aggraziate.  
i negozi sono ovunque ai lati della strada. vendono di tutto e non si sa a chi. piccole botteghe stracolme di mercanzie, suddivise per quartieri a categorie, dall'automotive (pneumatici-pezzi di ricambio) all'igiene, ai dolci, ai pezzi di carne di pollo e agnello, ecc.; le botteghe che espongono artigianato per turisti non sono sicuramente predominanti e si concentrano in una parte della citta' la più visitata dagli stranieri.
un odore penetrante e indescrivibile permea l'aria in tutta la città. direi che e' un misto di fumi del traffico, aromi dolciastri, sporcizia, incensi. nella lista dei fumi sicuramente sta non solo il traffico ma qualche altro fumo, quello, per esempio, che emana dalle pire funerarie sparse qua e la' per la città.
e' un miscuglio di odori a cui non siamo abituati. in India questo mix e' più forte. In Cina lo si trova quasi uguale appena si esce dai centri città.
mentre sto scrivendo lo sento ancora nelle narici, e' portato dalle decine di lavoratori nepalesi che vanno a dubai per fare i moderni schiavi. sono sul loro stesso volo e vi garantisco che sembra di essere ancora a Kathamndu.
un odore del genere, ne sono sicuro, ci deve essere stato nelle nostre città fino a un centinaio di anni fa. Quando anche da noi l'igiene era limitata, i bagni un bene di lusso, i sistemi fognari approssimativi e la merce venduta all'aperto e non refrigerata, le nostre città' non potevano emanare fragranze paradisiache o un'atmosfera piuttosto neutra come quella odierna.

Per inciso, sarebbe facile fare una mappa olfattiva del mondo.

l'Asia ha gli odori che ho descritto e qualcosa di alimentare in cina.
l'Africa ha un odore più viscerale, pungente, di bestia grossa e di terra.
l'America del nord non ha odori, che io ricordi.
l'America del sud e centrale sanno di combustibile, gomma e strada.
l'Europa e' per lo più neutra ma in certe zone della germania e dell'europa dell'est gli odori della campagna arrivano anche nelle città.
dell'Australia ricordo la fragranza degli eucalipti. 

tornando al Nepal, i miei cortesi ospitanti mi concedono un giorno di escursione. In realtà' la mia meritatissima escursione me l'ero prenotata per i fatti miei con una guida di trekking che avrebbe dovuto portarmi a camminare poco sopra la vallata di Kathmandu e ad ammirare il tramonto con le cime più' alte; questo solo nei miei piani, perché' in realtà mi rendo conto fin da subito che i clienti non hanno nessuna intenzione di abbandonarmi fino a quando risalirò sulla scaletta dell'aereo. di loro spontanea iniziativa cancellano la mia prenotazione per il trekking. non c'e' bisogno di nessun trekking! - mi dicono tutti contenti - questo posto si può' raggiungere comodamente col loro SUV. mi scende una lacrima simbolica mentre vedo il mio agognato e sospirato trekking che svanisce come una nuvoletta di fumo.
l'indomani avrei dovuto partire con la guida alle nove del mattino. invece partiamo nientemeno che all'una e mezzo (!). la prima tappa e' una splendida città' patrimonio dell'Unesco di nome Bokhtar. mentre il SUV ci aspetta fuori del centro, proseguiamo a piedi e immediatamente ci troviamo nel mezzo di una vera città' storica nepalese, con stupendi edifici religiosi e non, che, da quanto capisco (guai ad assoldare una guida…) risalgono all'incirca al 1500-1600. scattiamo decine di foto in varie pose e io mi mostro sempre sorridente per compiacere i miei due accompagnatori che sono:
1. Pradeep. e' il rampollo della famiglia proprietaria dell'azienda che sono venuto a visitare. ventiduenne simpatico ma molto confusionario, e' convinto di parlare bene l'inglese ma il suo bofonchiare a raffica sta all'inglese come lo swahili all'eschimese. la sua espressione migliore ricorda Il Trota (Bossi Jr.) in versione hindi. dei monumenti non gli interessa granché' ma ama farsi fotografare e ride ad ogni cosa che dico.
2. Sanju. la giovane assistente del fratello maggiore di Pradeep, Sunil, il direttore dell'azienda. e' una nepalese doc molto carina e premurosa, larghi sorrisi di denti bianchi sul viso dalla pelle ambrata. decisamente più' acculturata del Trota sulla storia e sulla cultura nepalese , non sta zitta un attimo, e' di buona compagnia e mi e' di grande aiuto nello shopping dove mi da' ottimi suggerimenti sulla qualità' delle lane pashmina e dei dipinti buddisti.

parlando di questi ultimi, ci sono tre temi iconografici ricorrenti.
il primo e' la vita di Buddha. dalla nascita di Siddharta fino alla fine, passando attraverso gli episodi chiave della fanciullezza nella dimora principesca, all'uscita dal recinto con la scoperta del dolore e delle verità, fino all'annuncio della dottrina.
il secondo e' uno schema cosmologico di purificazione detto Mandala. il Mandala e' una rappresentazione dell'universo, con un circolo esterno in cui e' inscritto un quadrato in cui e' inscritta una stella. il centro della stella raffigura la perfezione e il fulcro dell'universo.
i raggi della stella sono fatti di tanti piccoli Buddha. al centro di solito sta il segno Om.  
il circolo, il quadrato e la stella rappresentano questo mondo. sopra sta il cielo e sotto sta la terra. sembra che il circolo sia una posizione mediana tra la terra e il cielo e che l'uomo stia nel mezzo. il cerchio allude chiaramente alla ruota della vita. una ruota che si muove incessantemente, ma che nel suo muoversi ha un fulcro. questo fulcro, immanente alla vita terrena ma nondimeno trascendente, e' il nirvana, raggiunto all'ultimo stadio della meditazione e dopo un percorso che appare complesso. la ruota e il quadrato sono anche un'allusione al finito e all'infinito.
senza indagare troppo sui legami di senso, e' innegabile l'analogia tra la ruota della vita, con dentro il quadrato e la stella, e l'Homo Vitruvianus di Leonardo da Vinci.
nella versione rinascimentale, l'uomo sta al posto dei buddha - ma questo non e' una vera contraddizione - e lo spazio del nirvana e' prosaicamente occupato dal baricentro del corpo umano - l'ombelico.
3) la terza scena ricorrente che incontro e' una specie di giudizio universale con le divinità' che mandano i buoni in cielo e i cattivi nella fiamme. l'inferno e il paradiso sono divisi in settori analoghi ai gironi danteschi; nell'inferno, in particolare, vi sono raffigurati castighi del tutto simili a quelli della Divina Commedia. mi chiedo, e non so rispondermi, se questa analogia sia casuale (la risposta che mi do e': no!), e se non lo e' se sia frutto di qualche osmosi culturale che accomuna le due culture, quella medievale italiana e quella nepalese/indiana/tibetana, o semplicemente di uno svilupparsi parallelo di un mito analogo in contesti non comunicanti, come risposta a una domanda presente trasversalmente: che ne sara' di noi dopo la morte?  non possiamo comunque scartare a priori la prima ipotesi. se tra la Kathmandu e la Firenze di mille anni fa possiamo escludere ogni contiguità culturale, sta di fatto che nelle culture geograficamente intermedie si trovano esempi a decine di giudizi universali. l'Islam, per esempio, in quegli anni estende la sua influenza dalla Spagna (al-Andalus) fino alle pianure del Gange.
uno dei testi islamici più particolari, il Kitab al-Miraj (libro della scala), racconta di un sogno e di una visione apocalittica del profeta Muhammad, rivelando un'architettura escatologica del tutto simile a quella di Dante nella Commedia. il fatto e' che il Kitab al-Miraj e' ben anteriore alla stesura della Divina Commedia. potremmo quindi pensare, in via del tutto ipotetica, che già prima dell'anno mille per tutte le terre dell'Islam circolasse questa dottrina sul premio e castigo divino che troviamo poi articolata in modo sommo e all'interno del sistema cristiano da Dante, e che, in qualche modo, potrebbe aver permeato le culture di area centro asiatica fino ai territori di cui stiamo parlando. 
questi pensieri filosofici mi conciliano la fame. Pradeep, Sanju e io entriamo per rifocillarci in un bel lodge per turisti che espone fuori in grande il logo della Lavazza.
mentre io e Sanju consumiamo in fretta un Dhal Bhat, piatto pronto nepalese a base di riso e lenticchie, accompagnato da un ottimo yogurt e un bicchiere di sweet lassi (latte fermentato), Pradeep da' il peggio di se' ordinando una pasta all'arrabbiata e una pizza con ingredienti misti. quest'ultima viene preparata e servita in circa un'ora di tempo. guai a far notare al piccolo Trota che fra un'altra ora il sole scenderà' e il nostro tramonto a Nangarkot, meta panoramica della gita, diventera' in breve una bella notte stellata.
con estrema lentezza il Trota si gusta una pizza che appare terribile solo a guardarla, con condimenti che sembrano usciti da un film horror. infine tuta sonoramente, tra l'indifferenza generale, e proclama: I Love Italian Pisa!  i commenti in altra sede..
risaliamo il pendio che ci porta a Nagarkot mentre, nemmeno a meta' strada, i picchi dell"himalaya fanno capolino tinti di un bell'arancione acceso. A me, inesauribile ammiratore di tramonti, questo dice soltanto una cosa: che tra cinque minuti il sole sara' sceso e noi siamo ancora in macchina. peggio: siamo bloccati ad ogni tornante, perché ci precede una fila di autobus mentre un'altra fila ormai sta scendendo, creando ingorghi su una strada poco più' larga di un autoveicolo. disperato sto per lanciarmi fuori dalla macchina per correre su per il prato e afferrare l'ultimo bacio del sole, ma non serve, la meta e' ancora lontana. quando arriviamo al pulpito panoramico, le alte cime e le giogaie nevose dei sei-settemila metri sono ancora accesi di bluastro mentre scende la notte e appaiono le prime stelle.
il paesaggio e' comunque stupendo.
penso a come sarebbe bello se anziché trovarci su questa modesta altura in una valle fossimo ai piedi delle montagne, per esempio nella valle di Pokhara, la meravigliosa città posta all'accesso delle aree escursionistiche dell'Annapurna, ad ovest. ne dicono un gran bene. io l'ho vista solo in cartolina, ma sono rimasto impressionato dalla maesta' di un circo di vette da sette e ottomila metri, che in sequenza si specchiano in un limpido lago. su tutte domina la montagna sacra, un Cervino dell'Himalaya, una vetta dalla sommità' bipartita a coda di pesce e che di tale ha il nome (Machapucchare in nepalese), settemila metri mancati di un soffio. forte come una pietra si fa strada in me l'idea che un giorno troverò' finalmente il tempo e l'occasione di un trekking come si deve da queste parti, ovviamente in compagnia degli amici fidati.
La realtà' invece e' dispettosa. Anziché camminare torno mogio mogio nel SUV di Pradeep e poi tutti giù per la strada stretta e tortuosa; per passare il tempo canto storpiando, stonato, canzoni indiane e nepalesi che la radio trasmette, tra le risate del Trota e della infreddolita e spensierata Sanju. Tutto ad un tratto il mondo mi sembra divertente e spensierato. mi sento tra amici. E un pensiero mi sfiora: se fossi salito di buon'ora con la guida a quest'ora avrei gli occhi pieni della bellezza dei ghiacciai al tramonto; ma l'allegria di stare bene in mezzo ad amici, fino a poco prima sconosciuti, fa splendere le vette anche nel buio della notte.

L'ultimo giorno in Nepal non lo descrivo. e' una giornata di lavoro anche se e' domenica. mi fanno fare il giro dei ristoratori negli hotel più lussuosi della città e a tutti devo decantare le delizie dell'Italian Food e dell'Italian way of life.
ho visto gente felice nello spirito pur vivendo del minimo, e ora il nostro universo alimentare mi irrita.
La vita procede a morsi, e senza trama. la metamorfosi dello spirito e' un pasto consumato a piccoli bocconi, qua e la', che riempiono lo stomaco senza avere seguito un elenco nelle portate, ne' un cerimoniale, ne' un'etichetta; si variano i commensali, la sala, il piatto, il sapore. resta una malinconia alimentare e un grigio, lunatico senso di colpa per trovarsi al tavolo delle autorità mentre la festa e' altrove, lontani echi di strumenti a fiato.
Pieno di suggestioni alimentari, uccido la fame con le metafore. di fronte al cibo vero, idolatrato, esportato, abbellito, mi chiedo: che cosa resterà di questa nostra cultura al tramonto?
L'arte di vivere, la chiamano. ce la riconoscono e ci chiamano maestri di stile di fronte al mondo intero.
Allora perché non abbiamo stile nello sceglierci i compagni? nello sminuzzare la felicita' e farne condimento costante delle giornate, anziché svago dalle ordinarie occupazioni a cui sempre mestamente torniamo?
Cosa ci impedisce di sorriderci quando ci incontriamo?  cos'e' che ci fa esistere estranei gli uni agli altri? 
Buon vivere lo chiamano, io vedo solo egoismo e volontà di autorità. alleviamo cani e gatti che costano alla società quanto basterebbe per svuotare centinaia di orfanotrofi. ce li teniamo stretti i nostri animali, li alleviamo, li pettiniamo, li vestiamo, li curiamo al punto da farne dei figli.
Ma un cane ci dara' degli eredi? imparerà da noi o ci insegnerà l'arte più difficile - quella di distillare l'esperienza dal passato e farne un dono da offrire agli altri? cerchiamo obbedienza. cerchiamo forza e riconoscimento.
cerchiamo affetto e tenerezza, ma da ricevere, non da dare. compriamo e alleviamo animali per dare affetto, o per riceverne? non e', l'animale, una riserva di affetto disinteressato? il giusto complemento alla prostituzione - quest'ultima riguardando solo il corpo? quello che ci serve per sentirci completi e' dunque: cuccioli e puttane?
Non ci accorgiamo che stiamo assecondando la natura nel condannarci all'auto-estinzione della specie? che la nostra capacita' riproduttiva sia ormai minore rispetto a quella dei popoli poveri e delle nazioni emergenti, e' un dato di fatto. quello che sorprende notare e' quanto in realtà ci piaccia aiutare la natura in questa sua darwiniana azione di estinzione della specie vecchia e di ringiovanimento dell'umanità.
parliamo sempre di cibo. il cibo e' diventato il nostro modo di percepire, di saziarci, di sentirci abbondanti, placati, esauditi nei nostri desideri, realizzati.
il cibo e' il nostro svago. usciamo per deliziarci il palato. il cibo e' il collante dei nostri rapporti. scopriamo le nostre tradizioni e ce ne innamoriamo solamente tramite la tavola. siamo luculliani, epicurei, decadenti anche in questo. le nostre mense sembrano quella di Trimalcione.
tutti gli animali sono buoni per le nostre fauci voraci.
il ventre, non l'occhio, e' l'organo conoscitivo nel rapporto con il mondo. e chiamiamo tutto questo "cultura". ci facciamo conoscere nel mondo per questo. si' il cibo e' cultura, ma il non saper sopravvivere senza questa forme di cultura e' uno scandalo.
imbarbariamoci. torniamo incivili. lasciamo stare il cibo, i pranzi della domenica, gli svaghi dolci e paesani della nostra piccola Italia. lasciamo tutte queste cose ai turisti. invitiamoli e trattiamoli bene. ma noi, Italiani, smettiamola di abbuffarci.
riscopriamo il sacrificio, il digiuno, l'attesa e la preghiera.
riconosciamo che lo spirito ha fame di qualcosa che nessuna cucina regionale e slowfood ci può dare. 
nel cibo, sforziamoci di seguire un regime di casta sobrietà (oddio…) e quel poco che ci serve, sempre condividiso, mai da soli.
smettiamola di allevare animali se questo e' un palliativo al nostro desiderio di avere e dare affetto, perché anche per una civiltà' al tramonto e' possibile fare figli, o adottarne. Dai, non cerchiamo scuse. Ce ne sono tante, e tutte legittime. ma dopo aver avuto per anni vari cani ed essere diventato padre di una bimba, mi sento in colpa per aver amato un cane come se fosse un figlio.

martedì 2 ottobre 2012

IRAN


TEHRAN
Cuori velati e nasi piallati

E' bello provare il gusto del primo assaggio di un Paese mai visto prima. Come spesso succede, la prima e più veritiera immagine di una nazione la si ha al gate d'imbarco all'aeroporto di partenza. Stavolta parto da Francoforte, e approfitto della coincidenza lunga per sedermi in disparte un'ora prima dell'imbarco e osservare i passeggeri.
per prima cosa, sono quasi tutti iraniani. penso di essere l'unico europeo a prendere questo volo, a parte il personale di bordo dell'aereo. intorno a me si parla una lingua di cui non capisco nulla, dolce come il francese, con vocali strascicate melodicamente  e gestualità mediterranea. mi colpiscono i tratti aspri, caucasici degli uomini e i lineamenti mediorientali delle donne, tutte vestite all'occidentale, nessuna velata, perfettamente truccate specie sugli occhi.   
a bordo inizia una lunga negoziazione per via di una coppia di giovani iraniani che si e' accaparrata due posti a loro non assegnati tra cui il mio. con molta cortesia il sottoscritto e l'altra passeggera scambiamo la carta d'imbarco con la loro, ma occorre risistemare almeno quattro persone, il che richiede doti organizzative e l'intervento della hostess tedesca.
durante il pranzo mi colpisce notare che tutti, nessuno escluso, chiedono bevande alcoliche - vino o superalcolici  - con la massima nonchalance e senza curarsi dell'approvazione altrui.
infine, un ultimo indizio che mi fa presagire che l'Iran mi riserverà' delle sorprese: quattro ore dopo il decollo, non appena il comandante annuncia l'imminente atterraggio a Teheran Imam Khomeini, tutte le signore e le signorine a bordo si precipitano a coprirsi le spalle e i capelli con il velo con la massima pudicizia possibile, pronte per il ritorno nella loro repubblica islamica.  
l'aeroporto di Teheran e' moderno ma l'efficienza del personale lascia un po' a desiderare. dopo un'ora di attesa per il visto, coda per il controllo passaporti e coda per il recupero bagagli, vengo accolto da un autista mandato dai clienti e in un'ora di auto, sfrecciando per le vie di una città semivuota dato l'orario, mi deposita in hotel. nel tragitto ho l'impressione di una città enorme, caotica per i nostri standard, benché controllata e con un tentativo di regolazione e di ammodernamento che traspare ovunque, specie nelle piazze spaziose decorate con moschee monumentali, statue, palazzi e torri a fare da contrasto alla banalità delle costruzione popolari, palazzi da 8-10 piani.

il mattino successivo la luce abbagliante del sole filtra dagli scuri serrati in tela cerata, svegliandomi in un torpore confuso. scendo per colazione e una finestra sull'altro lato dell'hotel mi regala la prima emozione. altissima sopra gli ultimi grattacieli, una giogaia di monti brulli e severi, gialli, aspri e rocciosi in basso, più degradanti man mano che lo sguardo sale, fino a una cresta estrema che da qui appare altissima. a occhio e croce, il dislivello tra la piana su cui sorge Tehran e le ultime vette non deve essere inferiore a 2,500 metri. il che sommato con i 1,500 metri di quota della capitale iraniana nelle ultime terrazze significa che parliamo di cime di 4,000-5,000 metri. più' tardi scoprirò' che si tratta del massiccio dell'Alborz, estrema propaggine occidentale dell'Himalaya, la cui massima elevazione, il Damavand, manca di poco i seimila metri di altezza.     

in fiera come in giro per la città', mi colpisce l'estrema affabilità' di questo popolo, i modi ospitali, il senso di accoglienza, il carattere caldo e più' che mediterraneo, i sorrisi di tutti, i profumi speziati da medio oriente, le migliaia di bimbi, alcuni minuscoli e neonati, scarrozzati con la massima tranquillità da madri e padri ignari delle più' elementari precauzioni igienico-sanitarie ecc. ecc. ma nondimeno vispi, sereni ed elettrici in mezzo a una folla immensa. e per non omettere nulla nella descrizione: mi colpisce pure il fascino magnetico degli sguardi delle donne iraniane, blandamente velate, con occhi nerissimi e intensi e un trucco pesante sul viso, dai lineamenti aggraziati…. forse un po' troppo per questa nazionalità'! eh già'! perché gli uomini hanno tratti caprini e nasi adunchi, e le donne hanno tutte un nasino alla francese con la punta all'insu'? qui gatta ci cova. con poca diplomazia rivolgo questa domanda a una ragazza del luogo dal naso normale. scopro che il settanta opre cento delle giovani iraniane ricorre tranquillamente all'aiuto di una scuola di bravissimi chirurghi estetici specializzati in rinoplastica, che per una cifra variabile tra i cinquemila e i ventimila euro fabbricano nasi bellissimi, alla francese, alla greca, all'inglese, come si vuole. la rinoplastica e' così' in che le giovani iraniane vanno in giro per mesi con il cerotto sul naso, per mostrare l'operazione come status symbol.  le più' sfacciate e quelle con naso piccolo di natura collocano il cerotto anche senza essersi operate.. solo per essere più' fashion.
constato che i due modelli di naso che fanno più' tendenza sono lo stile alla francesina, con punta acuminata all'insu', e un bizzarro e innaturale modello a cucchiaio con la curva concava, grazioso ma un po' ostentato nella sua artificialita'. devo dire che dopo un po' ci si abitua , anche dato il numero di nasi rifatti, e si finisce per notare, anziché' questi capolavori di plastica, le malcapitate che per scelta o per insufficienti fondi sono rimaste con il loro bel naso adunco a farsi deridere dalle "moderne".

tra i posti che mi fanno frequentare durante il mio soggiorno, segnalo una bellissima zona collinare, appena a nord di tehran e a ridosso dei monti, dove, in una vallata che si spegne tra le rocce, un ruscello scende ripido per un'alta gola, affiancato parte per parte da costruzioni  turistiche, ristoranti , terrazze ecc. raggiungibili attraverso una strada lastricata. mentre risaliamo la china, veniamo circondati da ambulanti, e non possiamo non sostare presso le baracche per turisti poste ai lati della strada, ricolme di frutta di vario tipo, ciliegie aspre essicate, fave, noci fresche tenute in acqua (simili a piccoli encefali in formaldeide): ci sono somari col basto ricolmo di legna o carbone, bambini che arrostiscono pannocchie sulla brace, cantastorie con i loro strumenti e un simpatico banchetto con alcuni pappagalli, due file di fogli di carta disposti in modo ordinato. mi spiegano che i pappagallini sono li' per estrarre l'oracolo. con una moneta mi compro il bonus per una "beccata". il foglietto mi viene tradotto dal farsi. Immancabilmente il senso e' questo: sono onesto e trasparente e avrò' successo nella vita. questo vale uno sguardo di simpatia al volatile, che in caso contrario avrei spennato li'  sul posto…
confortato dalle parole dell'oracolo riprendo il cammino e raggiungo i compari per una piacevole serata. 
la sera successiva sono ospite da Ali Kapoor, uno dei templi delle "notti brave" persiane per quanto brave tali notti possano essere.. Gia' club di avanspettacoli ai tempi dello Shah, Kapoor e' sopravvissuto alla rivoluzione dapprima reinventandosi come semplice ristorante, poi ritornando man mano a proporre spettacoli di musica dal vivo tradizionali e pittoreschi, ovviamente senza le danze che oggi sono proibite. nonostante il divieto e i controlli, questo club e' affollatissimo - e' necessaria la prenotazione giorni prima - e alle musiche e ai canti che le star locali eseguono, l'entusiasmo degli avventori e' tale che tutti, dai più' anziani ai bambini, si agitano, battono le mani, cantano, accompagnano con le braccia ecc.: e' un peccato che le danze non siano permesse, se no di sicuro questo sarebbe un locale da "ballo sui tavoli". 
il senso di ospitalità' dei persiani verso gli stranieri e' tale che sul palcoscenico del locale campeggiano decine di bandiere nazionali. gli stranieri siamo io e un turco. il presentatore ci saluta pubblicamente, ci da il benvenuto, ci fa mettere la bandiera sui rispettivi tavoli, poi si lancia in uno sproloquio di cui ovviamente non comprendo nulla.
le musiche sono comunque molto suggestive, anche se al nostro orecchio risultano noiose dopo una mezz'ora - come la musica turca. 
molto particolare e' invece l'esibizione di alcuni "darvish" ("ragazzi semplici", capelloni, hippies persiani) con particolari cembali di pelle tesa anche sui lati, dal diametro di sessanta-ottanta centimetri, che vengono percossi con le dita di entrambe le mani e fatti ruotare, lanciati in aria, ripresi in esibizioni di abilita', il cui suono e' ipnotico e la cui ricchezza ritmica tale che un assolo sembra il risultato di tre-quattro percussioni.

il clou canoro della serata e' l'esibizione di una vecchia guardia della canzone iraniana anni settanta, un Bobby Solo persiano, dalla giacca inverosimilmente stretta, i capelli orrendamente tinti di nero, la pelle del viso tirata come quella dei cembali, le dita inanellate d'oro, un metro e sessanta scarso, ma un vero e proprio idolo delle over quaranta. 
di fronte ai gorgheggi tenorili del soggetto, alla sua gestualità' romantica, pulcinellesca e strappalacrime, le signore sembrano volersi strappare il velo dai capelli e languidamente ricordano gli anni della gioventù' (o della libertà', forse). per tutti gli altri e' solo un bravo istrione, ma il pathos e' totale, e la partecipazione e il clima si scaldano.
a mezzanotte in punto lo show ha termine, tutto il pubblico si riversa in strada e si dilunga in conversazioni, scherzi, sigarette, amenita'. 
e' una serata un po' trash, ma di sicuro mi da il senso di una Tehran come doveva essere prima della rivoluzione, un mondo esotico, estetizzante, alla francese, una specie di Beirut più' orientale e godereccia.


sono passati ormai quattro giorni e inizio ad accusare i colpi di questo clima di parziale oppressione della libertà' individuale. certo, non e' come l'Arabia Saudita, ma anche qui ci sono le guardie religiose che sorvegliano e tengono tutto sott'occhio. un esempio: in fiera, mi volevano far togliere la cravatta in quanto presunto simbolo cristiano (attorno al collo e sul petto formerebbe un crocifisso).

non vedo l'ora di girare pagina e di tornare nell'Occidente, con un piccolo volo di un'ora che mi porterà' nella gaudente Baku.

mentre attendo in aeroporto, ultima immagine di questo mondo, ricordo le parole pronunciate poco fa da Netanyahu alle Nazioni Unite, il disegno della bomba che l'Iran starebbe completando con l'arricchimento dell'uranio e quello che mi hanno detto gli iraniani: non preoccupatevi, non abbiamo nessuna intenzione di arricchire l'uranio per farci la bomba atomica. come no? - chiedo. mi rispondono: la bomba ce l'abbiamo già'.. anzi decine, centinaia di bombe, quelle che abbiamo comprato dai russi dopo che hanno smantellato i loro arsenali. non abbiamo bisogno di farcene di nuove...


mi restano nel cuore, mentre il carrello del Boeing della Azal si alza dalla pista che ormai e' notte, l'immagine di una nazione che le sanzioni hanno reso potente e autonoma anziché' indebolire, gli occhi della gente di qui, curiosa e ospitale verso lo straniero nonostante non vengano ricambiati, la forza di un paese di ottanta milioni di persone di cui quaranta milioni di bambini, un passato enorme e meraviglioso di tremila anni di storia, il senso di una rivoluzione oscurantista e semplificative che ha mortificato in parte la grandezza e il cuore di questa gente, ma che non e' una cappa di cemento. amo pensare che un giorno il paese emergerà dal controllo e sara' libero di esprimere la propria anima millenaria, senza che quest'ultima, una volta toltosi di dosso il velo dell'integralismo anche parziale, venga immediatamente sedotta dalle sirene del capitalismo rapace globalizzato.

forse una via di pace si potrà' trovare se il folle Ahmadinejad, alla fine del suo secondo mandato che scadrà' tra qualche mese, verra' sostituito da un presidente più' illuminato e non troppo dipendente dal potere religioso degli Ayatollah. e' quello che mi auguro, per la grandezza di questo paese e la simpatia di questa gente meravigliosa.

IRAQ


KURDISTAN
Erbil

Niente di quello che potreste pensare.
Aeroporto moderno, igienico, semplice e nazionalista. La bandiera non è quella irachena bensì quella del Kurdistan, la regione settentrionale, vera nazione nello stato, terra ricca e indipendente che vanta origini diverse e diverso sviluppo rispetto al sud della Mesopotamia.
Ci siete arrivati facilmente. Per gli Italiani in visto neanche serve, trattandosi di una regione che favorisce gli interscambi economici.
Un po’ di security, quella c’è. Fuori del terminal un’auto blu vi conduce attraverso un chilometro di terra di nessuno e poi occorre cambiare vettura per superare il primo checkpoint ed entrare in autostrada.
La città è polverosa e piana. Le villette dal tetto piatto, la recinzione, qualche pianta decorativa ricordano alcune zone di Dubai o della Puglia.
Il buio della notte è ancora quasi totale. Hotel sfavillanti accolgono il turista, ma la città dopo il tramonto offre ancora poco.
L’indomani ho modo di visitare lo splendido centro storico, che sorge su una collina quanto mai singolare: il colle è una sezione di cono rovesciata dalla pianta perfettamente circolare. Non fosse per le dimensioni, ricorderebbe un tumulo artificiale, anche perché sorge nel bel mezzo di una vasta piana. Un’alta bandiera curda svetta sulla sommità come sopra un maniero medioevale, mentre sembra che la cittadella non abbia entrate o vie d’accesso, e che la vita si svolga ai suoi piedi, come nel Castello di Kafka.

Di recente l’Unesco ha dichiarato questo complesso sito protetto, e i locali hanno preso alla lettera tale definizione: dopo aver faticosamente cercato una rampa di salita, la troviamo, ma la soglia è chiusa con una guardia armata all’entrata.

A nessuno, dicono, è consentito entrare. Erbil non conosce ancora un vero e proprio turismo e se qualche malcapitato self-made si improvvisa esploratore e si azzarda a visitare quella che viene definita come la cità più antica dell’umanità, vedrà probabilmente i suoi sogni infrangersi contro una guardia dotata di mitra.

Fortunosamente, il sottoscritto l’aria del turista non ce l’ha proprio data la tenuta stranamente business, e i miei accompagnatori, tutti rigorosamente locali, mi spacciano di fronte alla guardia come un commissario dell’Unione Europea. Niente di più falso e niente di più efficace.
Dopo la solita diatriba, la guardia mi fa il saluto militare, solleva la sbarra e ci fa salire al borgo.

La città vecchia è favolosa. Case di terra e fango, mattoni ingialliti, alcuni crolli, un complesso che sarebbe fantastico se ci fossero più fondi per il restauro, ma che data la mancanza dei medesimi è ridotto piuttosto a una sequenza di crolli e macerie. La cosa rara e curiosa è la vista di case che sembrano essere state lasciate di recente. Non si tratta di un’antichità remota, ma di una cittadella che da cinquemila anni continua con le stesse case, la stessa forma di vita, le stesse facce. Solo da pochi anni gli ultimi abitanti sono stati sloggiati in basso per lasciare la cittadella vuota.
Potremmo pensare a un incontro tra il medio oriente e i sassi di Matera. Sicuramente sarebbe l’ambientazione ideale per molti film, se fosse possibile accedervi.

Dal bordo del colle ammiriamo la veduta su Erbil in basso, la bella piazza centrale della fontana, la gente brulicante, le sterpaglie a perdita d’occhio e i monti in lontananza. Là in fondo, dove l’orizzonte si innalza brusco e secco, passa il confine con l’Iran.

Il resto del mio viaggio è premiato da ottimi affari, con questa gente ci si intende bene e per tutta la città aleggia un clima di speranza nel futuro, entusiasmo, voglia di fare come solo i paesi usciti da dure sofferenze sanno avere.

Saddam fu duro con queste terre ricche e oppresse gli abitanti. Ora, per loro, è il momento della riscossa. Solidali al governo di Baghdad finché conviene, non si sa se il futuro riserverà la secessione o l’unità. Sono certo però che di questa regione sentiremo parlare presto.

SEOUL



Via dagli sguardi indiscreti

La Corea è una zampetta di coniglio in un’ansa di oceano.
Prima della classe tra vicini di posto non brillanti: Russia siberiana, Corea del Nord. Da quest’ultima la divide, più che unirla, un confine che è un’autentica cortina di ferro.
Eppure la Corea, piccola com’è, è sempre stata qualcosa di meno di una superpotenza,  e ancora oggi, anziché soffrire di complessi di inferiorità, manda volentieri alla ribalta sulla scena mondiale due ingombranti economie come Cina e Giappone, che da decenni hanno gli occhi di mezzo mondo addosso, per dedicarsi con impegno e operosità all’occupazione che le riesce meglio: crescere, produrre, inventare.
Terra di colossi dell’industria elettronica e automobilistica, la Corea è oggi nel novero dei primissimi della classe tra le potenze asiatiche.
L’economia galoppa, la disoccupazione è bassa.
I Coreani, così come i vicini giapponesi, sono gente che non si perde d’animo, concreti e lavoratori.
Rispetto al Giappone, la Corea è un mondo non meno specifico ma di certo meno introverso e sospettoso verso l’altro. Pur riportando tutto alla propria cultura, i coreani sono curiosi verso l’Europa e si avvantaggiano di robusti interscambi commerciali.
Seoul è meno rigorosa e ordinata di Tokyo, sebbene questo disordine si possa definire, in comparazione con le nostre città, un grado ben diverso e superiore di organizzazione.
Tutto è pratico, calibrato, adattato ai bisogni dell’individuo e alle esigenze che uno può avere.
Non serve formulare un reclamo, cercare una cosa che serve e non si trova, andare in giro per trovare qualcosa. La Corea ti assiste e ti fa trovare quello di cui hai bisogno, esattamente quanto e quando ne vuoi.
L’estetica della città non è ideale. Grattacieli brutti e fitti, moderni sì, ma insignificanti. 
Moltissime chiese. Quelle con la croce rossa sono protestanti.
Scritte ubique in coreano, che ti fanno passare brutti quarti d’ora quando ti perdi per strada. Pochissimi parlano inglese, e con l’accento molto affettato degli asiatici, L invece che R eccetera.

La cucina è elaborata, spiccano piatti saporiti e un po’ disgustosi come il Kimchi (cavolo fermentato in salsa piccante) oppure le verdure e la carne bollite o in barbecue. Le alghe sono ovunque, molto gradite ai coreani, anche come snack. Il ginseng rosso è considerato oltre che una prelibatezza anche molto salutare, per cui ne troverete ovunque a iosa.

Gli abiti tradizionali sono splendidi. La differenza rispetto al Giappone, il paese che nel nostro immaginario più si avvicina alla corea, è quanto mai evidente e ci fa capire quanto sia vano generalizzare.

Le differenze somatiche sono anch’esse evidenti. I coreani e le coreane hanno una faccia larga e distesa, zigomi piatti sulla linea del viso, naso schiacciato, occhi a linea che li fanno somigliare a tante maschere perfette.

La compostezza del volto, la perfezione e la serenità nello sguardo e nel sorriso, che sono i tratti ideali dell’asiatico, sono qui più evidenti che mai, tanto che il tipo coreano è considerato tra i più belli dell’Asia (a noi, però, non fa questo effetto). L’incarnato è per lo più bianchissimo. Questo ideale ha trovato la sua diffusione anche grazie alla cospicua filmografia della holliwood asiatica in corea. Attori e attrici coreane sono tanto popolari in Asia specie tra i giovanissimi, quanto le movie star indiane lo sono tra i giovani appassionati di bolliwood.

L’Italia avrebbe molto da imparare dalla Corea.  
Tratti in comune i due Paesi ne hanno, e molti. La geografia è uno di questi. Entrambi i Paesi sono penisole e hanno dei vicini ingombranti e più ricchi, ma nonostante questo hanno sviluppato una storia e una cultura millenarie e specifiche che non solo non hanno niente da invidiare, ma sono in realtà ancor più ricche di quelle dei vicini più opulenti.
Entrambi i Paesi sono reduci da una storia di miseria fino alla seconda guerra mondiale, poi risoltasi in un decennio di magnifiche sorti: gli anni Sessanta per l’Italia, gli anni Ottanta per la Corea. In entrambi i casi, la popolazione sta tra i cinquanta e i sessanta milioni di persone su un territorio tutto sommato contenuto.
Infine, tutti e due i paesi hanno tradizione di creatività industriale specie nel settore automobilistico e non solo: la Corea anche nel settore dell’elettronica, mentre l’Italia è prima nel campo della moda e delle griffe. 
Qui però le strade divergono. 
La Corea, anziché salire sugli allori e pretendere un riconoscimento mondiale che finora le è stato in sostanza negato, continua a spingere verso l’innovazione, freme di operosità, marcia verso un futuro industriale ed economico ancor più roseo. Certo, il declino industriale del Giappone e la presenza dietro l’angolo del gigante cinese aprono anzi spalancano nuovi mercati. Ma di sicuro questa indole rispettosa, umile, operosa, laboriosa, certosina, organizzata e meticolosa dei coreani è un dono della popolazione stessa, e continua intatta nonostante il miglioramento delle condizioni di vita.
L’Italia sembra che si pianga addosso. Anziché rimboccarsi le maniche e darsi da fare come se niente fosse, come se l’avvenire dei nostri figli non fosse l’unica cosa che veramente ci deve importare, l’Italiano resta placido, al sole e al vento, magari su una spiaggia o su uno yacht, a godersi la ricchezza accumulata ormai cinquant’anni fa dalla generazione precedente.
I figli non hanno la fame dei padri e i padri non vogliono che i figli facciano la fame. Risultato: il lampo di genio italico, che puntualmente tiriamo fuori come un asso nella manica solo quando la situazione sta veramente volgendo al peggio, non ci basta mai per costruire una vera organizzazione del lavoro, una pianificazione della crescita di lungo periodo.
Non sappiamo chi siamo, chi saremo e soprattutto chi dobbiamo essere nei prossimi anni.
Che rabbia sentire parlare di riforme.. taglio alle pensioni, liberalizzazioni, battaglia sui diritti acquisiti, eccetera.
Perché non capiamo che l’unica strada è decidere chi dobbiamo essere e cosa dobbiamo diventare da grandi? E poi lavorare per diventarlo! 
Il genio senza organizzazione è solo un efflato romantico e inconcludente. I governatori, anziché metterci di fronte solo tasse ed esempi negativi di malgoverno, ci indichino concretamente che Italia vogliono. Ci facciano un film, un disegno, un modellino (come si faceva nel Rinascimento), ci scrivano un libro, un sito web, ma non continuino nell’umiliante assunzione che al popolo non vada rivelato lo scopo e il progetto – sempre che ce ne sia uno.

Ieri attraversavo la strada a Seoul per andarmi a comprare del cibo in un convenience store.
La strada per quanto trafficata è così ordinata e sicura che la si può attraversare anche a occhi chiusi, e in realtà questo è quanto molti coreani fanno, passeggiando con i loro tablet Samsung accesi e le cuffie. Tutto è pratico e regolato. Non ci si sente mai a rischio di vita.
È chiaro che, essendo protetti, coperti nei bisogni elementari e nelle operazioni basilari della vita da un governo che prende la forma di un’organizzazione pubblica efficiente, pervasiva  e rispettata da tutti, i cittadini sono esonerati dal preoccuparsi quotidianamente di venir travolti da un’auto, di venire fregati dal prossimo (l’onestà è elevata a sistema), di venire ignorati nelle loro richieste e nei loro diritti.
Questo fa sì che il tempo che si risparmia da simili preoccupazioni venga adibito a svago, creatività, oppure lavoro.
Ma di sicuro non viene offerto, come lo è da noi, sull’altare di una malpolitica e di una malgestione della cosa pubblica, che domina e imperversa, e ci rende ostili e sospettosi gli uni verso gli altri.
Se invece di perdere tempo in stupidaggini e aumentarsi i salari i nostri politici si preoccupassero solo di amministrare.. ovvero di renderci la vita più facile usando i copiosi proventi che già diamo loro e la tecnologia, quanto più facile sarebbe!

L’apparato amministrativo sabaudo fu, nei primi anni dell’Italia unita, la soluzione all’inconcludenza degli amministratori nella maggior parte d’Italia.
Perché non mandiamo i nostri politici a studiare in estremo oriente?
Tutti pagati poco, ma obbedienti, con un’uniforme, metropolitana anziché auto blu, iper tecnologici e poliglotti. Sarebbe un bel colpo. Sempre che ce li vogliano.



GEORGIA


TBILISI
Due passi nel Medioevo

Quanto detto per Baku vale, in parte, per Tbilisi.
Terra protetta e difficile da raggiungere, la Georgia offre solo il fianco in una porzione limitata in cui si affaccia sul Mar Nero. Il resort principale, Poti, è qualcosa di meno che un posto attraente.
Parleremo della capitale Tbilisi.
Luogo originale e sorprendente, una vallata stesa dolcemente tra montagne assai alte, con un fiume dalle sponde ripide su falesie rocciose, circondato da vigneti e colline sulle quali sorgono qua e là monasteri antichissimi con torri a tetto appuntito e ottagonale come antiche chiese bizantine.
La vallata vinicola di Tbilisi fa assomigliare questo posto alla renania o alla mosella, non fosse per le catapecchie di lamiera che compaiono a tratti, la gente dai lineamenti rudi, truci e centro asiatici, malvestiti e in cerca di lavori temporanei.
Qui non è di certo un eden. I segni dell’età sovietica hanno marcato quello che potrebbe essere un territorio bello ed elegante; un economia meno generosa di quella azera, quanto alle fonti energetiche, dà meno speranza alla gente.
Ma quello che colpisce e che impressiona è il sopravvivere inaspettato di tratti arcaici e sanguigni, rudi, ancestrali.
La cucina vi rivelerà un universo di sapori e di profumi mai sentiti prima. Proverete il pane fatto con grano locale macinato in mulini ad acqua di torrente, e cotto al momento in forni di pietra davanti ai vostri occhi.
I vini georgiani, che berrete in coppe di terracotta versate da sontuose anfore, vi insegneranno che anche l’amabile o il dolce, dal fondo terreo o aspro, possono accompagnarsi squisitamente alle carni (ricordo un ottimo Kindzmarauli); la natura vi sorprenderà con paesaggi mozzafiato-specie nella catena montuosa a nord della capitale – centinaia di chilometri di lande disabitate, popolate solo da pastori, orsi, lupi, aquile e tutto quello che in Europa sembrava sparito secoli fa. Una sola strada carrareccia, usata in passato per collegare la vallata con il passo che porta in Russia, oggi chiuso.
In una parola, vi troverete in una dimensione selvaggia e arcaica, medievale o – al più- settecentesca. Se uscite dalla capitale togliendovi dalla vista le fabbriche, i brutti cementifici e le auto, potete facilmente ipotizzare di essere tornati indietro duecento anni.
Organizzare una vacanza in questo posto sarà, peraltro, una vera sfida. Cosa che vi chiedo di cuore di NON fare….. lasciamo stare questi posti meravigliosi e dimenticati come sono e fate finta che non vi abbia raccontato niente.

BAKU



Pingue e romantica, pigra e fiera. 
Indomita, opulenta, odorosa, speziata, oleosa, afosa, maliziosa e vergine.
Complicata come l’apparato sovietico, densa come l’oriente, dimora di pastori, oligarchi, magnati, fotomodelle, alcolisti, pescatori, operai.
Scintillante caravanserraglio del capitalismo in marcia ad est, in una terra che già fu ottomana, sovietica, oggi chissà.
Non si sa più cosa sia.
Ma i tappeti del Nagorno sono ancora macchie di sangue e colori stese al sole, sotto la Torre della Vergine. Da lì una principessa si gettò in mare togliendosi la vita, stanca di un destino senza amore. Ma forse la Torre della Vergine non era che una delle tante Torri del Silenzio, i pilastri su cui gli zoroastriani esponevano i morti, lasciandoli preda degli uccelli.

Il lungo Caspio si stende sinuoso dalla collina.
Il promontorio dell’Absheron, secco come un ramo, livido di petrolio che esce dal suolo da qualsiasi pozza o buca, si infila nel lago salato più grande del mondo e lo controlla, lo domina.

La Russia qui è modello di stile, di cultura e di organizzazione. La vodka scorre a fiumi, pur in un paese islamico. L’Italia è –come del resto in Russia – modello di eleganza, di griffes e di bel canto.

Innumerevoli boutiques e una fama che circonda, un po’ immeritatamente, tutti gli italiani nel catturare le grazie delle bellissime Circasse.
Grazie al cielo gli italiani furbi non hanno ancora scoperto il fascino di questa meta, e non abbiamo ancora rovinato la nostra reputazione spezzando il cuore a mezza popolazione femminile – cosa che in Russia ormai è già storia.

Baku sta tra Mosca, Istanbul e Dubai. Di Mosca ha l’impianto e la cultura. Di Istanbul la lingua, il fascino del mondo pastorale, la cucina e il bizantinismo. Di Dubai l’ostentazione e l’esplosione di una modernità finanziaria e petrolifera che l’hanno resa opulenta e orientata al futuro, veloce e pragmatica più delle altre due città, fitta di cantieri e di progetti fatti per impressionare.

Spero che Baku mantenga il suo orgoglio e non ceda troppo in fretta al turismo di massa. È una perla nera, un mondo intenso e protetto, che va scoperto giorno per giorno rigorosamente in compagnia di persone del luogo, ospitali come solo in oriente sanno essere.  

CAUCASO



LA MONTAGNA DEI LINGUAGGI

Una tra le più interessanti regioni del pianeta è l’arco di terre che scende dalle pianure russe, divide i due mari Nero e Caspio e arriva alla regione montuosa mediorientale tra l’Anatolia e l’Iran, scavalcando alti monti e vallate remote: sto parlando del Caucaso. 
I Paesi che la compongono sono: l’estremo sud della Russia, la Georgia sul mar Nero, la piccola Armenia all’interno, l’Azerbaijan sul Caspio. A essere rigorosi c’è anche un quarto, minuscolo stato, il piccolo Nagorno-Kharabakh, un nido d’aquile aspramente conteso, rivendicato dagli azeri come proprio ma in realtà costituitosi come repubblica indipendente. 
Le particolarità di questi territori sono tante e tali che essi meriterebbero una lunga descrizione. Per darne un’idea molto generale ai tanti che non abbiano visitato questi luoghi, per noi quasi sconosciuti, inizio dal citare il nome antico che il Caucaso aveva: la “montagna delle lingue”. Mi sembra che questo appellativo renda ragione al principale dei caratteri ovvero la molteplicità e la varietà dei linguaggi che troviamo tra queste vallate.
Per uno scherzo della storia e della geografia insieme, il Caucaso è la casa di popoli e linguaggi con storie e idiomi diversissimi e incompatibili. Le rispettive lingue sono complicate ancor più non solo da grammatiche astruse, ma anche da alfabeti specifici e fantasiosi, con decine di segni assolutamente incomprensibili che si direbbero frutti di fantascienza più che linguaggi di questo mondo. Inoltre il suono di queste lingue, con la parziale eccezione dell’azero – che con le vocali dolci e modulate e la cantilena dei toni richiama il turco, con cui è strettamente imparentato – le altre due lingue, armeno e georgiano, sono un vero e proprio enigma e sfido anche un linguista bene addestrato a riconoscerle sentendole parlate.
L’armeno è una lingua indoeuropea imparentata con il gruppo persiano e ha qualcosa in comune con i dialetti iraniani. Viceversa, il georgiano è una lingua praticamente a sé stante, priva di parentela con le maggiori famiglie linguistiche.        
La storia dei popoli non è meno variegata del panorama linguistico. Popoli fieri e arcaici, da sempre in lotta tra loro, hanno subito nel corso dei secoli invasioni, deportazioni e addirittura genocidi (gli Armeni). Attualmente si guardano con sospetto tra loro. I georgiani si sentono i più colti ed istruiti, essendo fieri della loro parziale indipendenza anche sotto l’impero sovietico. Gli azeri sono oggi i più ricchi di tutti, e hanno sviluppato un’indole alquanto tollerante; gli armeni hanno come gli altri un forte spirito nazionalista, e a differenza dei loro vicini, per loro uno degli elementi chiave è il ricordo delle ferite subite nella storia recente e quindi il sospetto verso tutti.