martedì 2 ottobre 2012

SEOUL



Via dagli sguardi indiscreti

La Corea è una zampetta di coniglio in un’ansa di oceano.
Prima della classe tra vicini di posto non brillanti: Russia siberiana, Corea del Nord. Da quest’ultima la divide, più che unirla, un confine che è un’autentica cortina di ferro.
Eppure la Corea, piccola com’è, è sempre stata qualcosa di meno di una superpotenza,  e ancora oggi, anziché soffrire di complessi di inferiorità, manda volentieri alla ribalta sulla scena mondiale due ingombranti economie come Cina e Giappone, che da decenni hanno gli occhi di mezzo mondo addosso, per dedicarsi con impegno e operosità all’occupazione che le riesce meglio: crescere, produrre, inventare.
Terra di colossi dell’industria elettronica e automobilistica, la Corea è oggi nel novero dei primissimi della classe tra le potenze asiatiche.
L’economia galoppa, la disoccupazione è bassa.
I Coreani, così come i vicini giapponesi, sono gente che non si perde d’animo, concreti e lavoratori.
Rispetto al Giappone, la Corea è un mondo non meno specifico ma di certo meno introverso e sospettoso verso l’altro. Pur riportando tutto alla propria cultura, i coreani sono curiosi verso l’Europa e si avvantaggiano di robusti interscambi commerciali.
Seoul è meno rigorosa e ordinata di Tokyo, sebbene questo disordine si possa definire, in comparazione con le nostre città, un grado ben diverso e superiore di organizzazione.
Tutto è pratico, calibrato, adattato ai bisogni dell’individuo e alle esigenze che uno può avere.
Non serve formulare un reclamo, cercare una cosa che serve e non si trova, andare in giro per trovare qualcosa. La Corea ti assiste e ti fa trovare quello di cui hai bisogno, esattamente quanto e quando ne vuoi.
L’estetica della città non è ideale. Grattacieli brutti e fitti, moderni sì, ma insignificanti. 
Moltissime chiese. Quelle con la croce rossa sono protestanti.
Scritte ubique in coreano, che ti fanno passare brutti quarti d’ora quando ti perdi per strada. Pochissimi parlano inglese, e con l’accento molto affettato degli asiatici, L invece che R eccetera.

La cucina è elaborata, spiccano piatti saporiti e un po’ disgustosi come il Kimchi (cavolo fermentato in salsa piccante) oppure le verdure e la carne bollite o in barbecue. Le alghe sono ovunque, molto gradite ai coreani, anche come snack. Il ginseng rosso è considerato oltre che una prelibatezza anche molto salutare, per cui ne troverete ovunque a iosa.

Gli abiti tradizionali sono splendidi. La differenza rispetto al Giappone, il paese che nel nostro immaginario più si avvicina alla corea, è quanto mai evidente e ci fa capire quanto sia vano generalizzare.

Le differenze somatiche sono anch’esse evidenti. I coreani e le coreane hanno una faccia larga e distesa, zigomi piatti sulla linea del viso, naso schiacciato, occhi a linea che li fanno somigliare a tante maschere perfette.

La compostezza del volto, la perfezione e la serenità nello sguardo e nel sorriso, che sono i tratti ideali dell’asiatico, sono qui più evidenti che mai, tanto che il tipo coreano è considerato tra i più belli dell’Asia (a noi, però, non fa questo effetto). L’incarnato è per lo più bianchissimo. Questo ideale ha trovato la sua diffusione anche grazie alla cospicua filmografia della holliwood asiatica in corea. Attori e attrici coreane sono tanto popolari in Asia specie tra i giovanissimi, quanto le movie star indiane lo sono tra i giovani appassionati di bolliwood.

L’Italia avrebbe molto da imparare dalla Corea.  
Tratti in comune i due Paesi ne hanno, e molti. La geografia è uno di questi. Entrambi i Paesi sono penisole e hanno dei vicini ingombranti e più ricchi, ma nonostante questo hanno sviluppato una storia e una cultura millenarie e specifiche che non solo non hanno niente da invidiare, ma sono in realtà ancor più ricche di quelle dei vicini più opulenti.
Entrambi i Paesi sono reduci da una storia di miseria fino alla seconda guerra mondiale, poi risoltasi in un decennio di magnifiche sorti: gli anni Sessanta per l’Italia, gli anni Ottanta per la Corea. In entrambi i casi, la popolazione sta tra i cinquanta e i sessanta milioni di persone su un territorio tutto sommato contenuto.
Infine, tutti e due i paesi hanno tradizione di creatività industriale specie nel settore automobilistico e non solo: la Corea anche nel settore dell’elettronica, mentre l’Italia è prima nel campo della moda e delle griffe. 
Qui però le strade divergono. 
La Corea, anziché salire sugli allori e pretendere un riconoscimento mondiale che finora le è stato in sostanza negato, continua a spingere verso l’innovazione, freme di operosità, marcia verso un futuro industriale ed economico ancor più roseo. Certo, il declino industriale del Giappone e la presenza dietro l’angolo del gigante cinese aprono anzi spalancano nuovi mercati. Ma di sicuro questa indole rispettosa, umile, operosa, laboriosa, certosina, organizzata e meticolosa dei coreani è un dono della popolazione stessa, e continua intatta nonostante il miglioramento delle condizioni di vita.
L’Italia sembra che si pianga addosso. Anziché rimboccarsi le maniche e darsi da fare come se niente fosse, come se l’avvenire dei nostri figli non fosse l’unica cosa che veramente ci deve importare, l’Italiano resta placido, al sole e al vento, magari su una spiaggia o su uno yacht, a godersi la ricchezza accumulata ormai cinquant’anni fa dalla generazione precedente.
I figli non hanno la fame dei padri e i padri non vogliono che i figli facciano la fame. Risultato: il lampo di genio italico, che puntualmente tiriamo fuori come un asso nella manica solo quando la situazione sta veramente volgendo al peggio, non ci basta mai per costruire una vera organizzazione del lavoro, una pianificazione della crescita di lungo periodo.
Non sappiamo chi siamo, chi saremo e soprattutto chi dobbiamo essere nei prossimi anni.
Che rabbia sentire parlare di riforme.. taglio alle pensioni, liberalizzazioni, battaglia sui diritti acquisiti, eccetera.
Perché non capiamo che l’unica strada è decidere chi dobbiamo essere e cosa dobbiamo diventare da grandi? E poi lavorare per diventarlo! 
Il genio senza organizzazione è solo un efflato romantico e inconcludente. I governatori, anziché metterci di fronte solo tasse ed esempi negativi di malgoverno, ci indichino concretamente che Italia vogliono. Ci facciano un film, un disegno, un modellino (come si faceva nel Rinascimento), ci scrivano un libro, un sito web, ma non continuino nell’umiliante assunzione che al popolo non vada rivelato lo scopo e il progetto – sempre che ce ne sia uno.

Ieri attraversavo la strada a Seoul per andarmi a comprare del cibo in un convenience store.
La strada per quanto trafficata è così ordinata e sicura che la si può attraversare anche a occhi chiusi, e in realtà questo è quanto molti coreani fanno, passeggiando con i loro tablet Samsung accesi e le cuffie. Tutto è pratico e regolato. Non ci si sente mai a rischio di vita.
È chiaro che, essendo protetti, coperti nei bisogni elementari e nelle operazioni basilari della vita da un governo che prende la forma di un’organizzazione pubblica efficiente, pervasiva  e rispettata da tutti, i cittadini sono esonerati dal preoccuparsi quotidianamente di venir travolti da un’auto, di venire fregati dal prossimo (l’onestà è elevata a sistema), di venire ignorati nelle loro richieste e nei loro diritti.
Questo fa sì che il tempo che si risparmia da simili preoccupazioni venga adibito a svago, creatività, oppure lavoro.
Ma di sicuro non viene offerto, come lo è da noi, sull’altare di una malpolitica e di una malgestione della cosa pubblica, che domina e imperversa, e ci rende ostili e sospettosi gli uni verso gli altri.
Se invece di perdere tempo in stupidaggini e aumentarsi i salari i nostri politici si preoccupassero solo di amministrare.. ovvero di renderci la vita più facile usando i copiosi proventi che già diamo loro e la tecnologia, quanto più facile sarebbe!

L’apparato amministrativo sabaudo fu, nei primi anni dell’Italia unita, la soluzione all’inconcludenza degli amministratori nella maggior parte d’Italia.
Perché non mandiamo i nostri politici a studiare in estremo oriente?
Tutti pagati poco, ma obbedienti, con un’uniforme, metropolitana anziché auto blu, iper tecnologici e poliglotti. Sarebbe un bel colpo. Sempre che ce li vogliano.