martedì 2 ottobre 2012

IRAQ


KURDISTAN
Erbil

Niente di quello che potreste pensare.
Aeroporto moderno, igienico, semplice e nazionalista. La bandiera non è quella irachena bensì quella del Kurdistan, la regione settentrionale, vera nazione nello stato, terra ricca e indipendente che vanta origini diverse e diverso sviluppo rispetto al sud della Mesopotamia.
Ci siete arrivati facilmente. Per gli Italiani in visto neanche serve, trattandosi di una regione che favorisce gli interscambi economici.
Un po’ di security, quella c’è. Fuori del terminal un’auto blu vi conduce attraverso un chilometro di terra di nessuno e poi occorre cambiare vettura per superare il primo checkpoint ed entrare in autostrada.
La città è polverosa e piana. Le villette dal tetto piatto, la recinzione, qualche pianta decorativa ricordano alcune zone di Dubai o della Puglia.
Il buio della notte è ancora quasi totale. Hotel sfavillanti accolgono il turista, ma la città dopo il tramonto offre ancora poco.
L’indomani ho modo di visitare lo splendido centro storico, che sorge su una collina quanto mai singolare: il colle è una sezione di cono rovesciata dalla pianta perfettamente circolare. Non fosse per le dimensioni, ricorderebbe un tumulo artificiale, anche perché sorge nel bel mezzo di una vasta piana. Un’alta bandiera curda svetta sulla sommità come sopra un maniero medioevale, mentre sembra che la cittadella non abbia entrate o vie d’accesso, e che la vita si svolga ai suoi piedi, come nel Castello di Kafka.

Di recente l’Unesco ha dichiarato questo complesso sito protetto, e i locali hanno preso alla lettera tale definizione: dopo aver faticosamente cercato una rampa di salita, la troviamo, ma la soglia è chiusa con una guardia armata all’entrata.

A nessuno, dicono, è consentito entrare. Erbil non conosce ancora un vero e proprio turismo e se qualche malcapitato self-made si improvvisa esploratore e si azzarda a visitare quella che viene definita come la cità più antica dell’umanità, vedrà probabilmente i suoi sogni infrangersi contro una guardia dotata di mitra.

Fortunosamente, il sottoscritto l’aria del turista non ce l’ha proprio data la tenuta stranamente business, e i miei accompagnatori, tutti rigorosamente locali, mi spacciano di fronte alla guardia come un commissario dell’Unione Europea. Niente di più falso e niente di più efficace.
Dopo la solita diatriba, la guardia mi fa il saluto militare, solleva la sbarra e ci fa salire al borgo.

La città vecchia è favolosa. Case di terra e fango, mattoni ingialliti, alcuni crolli, un complesso che sarebbe fantastico se ci fossero più fondi per il restauro, ma che data la mancanza dei medesimi è ridotto piuttosto a una sequenza di crolli e macerie. La cosa rara e curiosa è la vista di case che sembrano essere state lasciate di recente. Non si tratta di un’antichità remota, ma di una cittadella che da cinquemila anni continua con le stesse case, la stessa forma di vita, le stesse facce. Solo da pochi anni gli ultimi abitanti sono stati sloggiati in basso per lasciare la cittadella vuota.
Potremmo pensare a un incontro tra il medio oriente e i sassi di Matera. Sicuramente sarebbe l’ambientazione ideale per molti film, se fosse possibile accedervi.

Dal bordo del colle ammiriamo la veduta su Erbil in basso, la bella piazza centrale della fontana, la gente brulicante, le sterpaglie a perdita d’occhio e i monti in lontananza. Là in fondo, dove l’orizzonte si innalza brusco e secco, passa il confine con l’Iran.

Il resto del mio viaggio è premiato da ottimi affari, con questa gente ci si intende bene e per tutta la città aleggia un clima di speranza nel futuro, entusiasmo, voglia di fare come solo i paesi usciti da dure sofferenze sanno avere.

Saddam fu duro con queste terre ricche e oppresse gli abitanti. Ora, per loro, è il momento della riscossa. Solidali al governo di Baghdad finché conviene, non si sa se il futuro riserverà la secessione o l’unità. Sono certo però che di questa regione sentiremo parlare presto.