lunedì 28 aprile 2008

The City of Angels


BANGKOK









Il vero nome di questa città è Krungthep mahanakhon amonratanakosin mahintara ayuthaya mahadilok popnonparat ratchathani burirom udomratchaniwet mahasathan amonpimam avatansathit sakkathattiya witsanukamprasit, che significa: Grande città degli angeli, forziere delle gemme divine, grande paese inconquistabile, grande e maestoso reame, regale e splendida città capitale piena delle nove nobili gemme, la maggiore residenza reale e gran palazzo, rifugio divino e luogo vivente degli spiriti reincarnati.

Nella Grande città degli angeli sono già stato diverse volte, la grandezza c’è tutta, ma in verità di angeli se ne vedono ben pochi: non le truccate, ammiccanti e artificiali thai girls , né le più anziane matrone mamasan, né i maschi thai dal ferreo onore e dai tratti scimmieschi e terribili, né i bimbetti dall’aria elettrizzata, col ciuffo di capelli neri a spazzola sparato per aria, né i monaci buddhisti con lo sguardo fisso sull’altrove.
Né, a maggior ragione, i farang (stranieri) come me. Ne conto migliaia, in questa metropoli.

La Thailandia è presa di mira da orde di turisti da ogni parte del globo, e principalmente da Italiani, Australiani, Giapponesi e Nordeuropei. Ciascuno di questi popoli vi cerca qualcosa di speciale:

- I Nordeuropei sognano le “isole beate”, sole, spiagge, colori e odori accesi, a far loro dimenticare l’asetticità dei paesi baltici.
- I Giapponesi, che si trovano a loro agio nella gerarchia, nella cortesia e nel rigore della cultura thai, vi cercano anch’essi il sole dei tropici e quel tanto di lascivia e di trasgressione hard che rimane loro preclusa dal perbenismo in patria – a casa loro non rischierebbero mai di “perdere la faccia” lanciandosi in avventure e provando cose nuove.
- Gli Australiani, che sono degli Anglosassoni anarcoidi ed esiliati, vi trovano un diverso continente a portata di mano (per loro, sei ore di aereo sono poco più che una tratta urbana) dove fare surf e vivere easy facendosi servire e riverire
- Infine gli Italiani, e qui perdonatemi ma… devo aprire un capitolo a parte, e fornirvi di dati alla mano. Altrimenti potete pensare che parlo per partito preso contro i miei connazionali… non sia mai!

MILANO MALPENSA

Stavolta per ragioni di evidente comodità nell’itinerario anziché partire dai grandi aeroporti del centroeuropa (Parigi, Monaco, Francoforte) opto per il mitico volo THAI 931 che collega direttamente Milano con Bangkok 3 volte la settimana. L’orario, non molto azzeccato per l’andata, è infatti ottimo per il ritorno (si viaggia diretti tutta la notte).
Ora, senza stare qui a tediarvi su quanto misero e triste sia il nostro aeroporto di milano, salto al momento dell’imbarco al gate e vi descrivo la scena.

Classificazione dei passeggeri presenti all’imbarco:

15 % coppie miste lui italiano lei thai. Lui è mediamente ben più anziano di lei e la controlla a vista, lei lancia occhiate maliziose qua e là. Lei mediamente carina, lui no – e sembra seccato di dover riportare la compagna nel paese d’origine.

24,5% coppie neosposate (luna di miele) o neoconviventi (luna di fatto). si dividono in varie sottogruppi:
1. coppie cittadine/evolute (luna di fatto). Sono per lo più agghindati a tiro sia lui che lei, entrambi si vestono come da mare italia, già perfettamente abbronzati da causa lampada, l’unica differenza al ritorno sarà un po’ di marrone sulla pelle, un mazzo di orchidee fresche e qualche svogliata foto da mostrare agli amici – i quali ci saranno già stato a loro volta, quindi non vorranno sapere niente del loro viaggio. Destinazioni: phuket, krabi. Mare da gente chic e tranquillità.
2. coppie non cittadine (luna di miele): come le precedenti, ma un po’ più rustiche nell’abbigliamento, non abbronzati ma bianchi lattei entrambi, e con alte aspettative da vita da spiaggia. Di norma questi sono sposati e hanno preparato in fretta le valigie e gli zaini per la partenza in luna di miele. Per lo più questo viaggio è il primo a lunga distanza (a parte qualche viaggetto da morosi o il giro di collaudo a sharm el sheikh.
Torneranno con 16 terabyte di foto e filmati digitali che faranno vedere questi sì agli amici (scegliendo con cura quelli che non ci sono stati), souvenir artistici, statue di tek, vestiti improbabili e molta nostalgia.
3. Coppie anziane: è strano, ma ce ne sono parecchie. Per lo più sembrano di condizione agiata e sopra i 60. le ladies sono tiratissime, i mariti pure.
Non sono altro che una variante del gruppo (1) non appena sia giunta l’età pensionabile o i figli abbiano preso il largo.

15% viaggi di gruppo. Qui se ne vedono delle belle! La fisionomia è quella tipica dei viaggiatori gregari chiassosi - peccato però che ce ne siano pochi, rispetto al totale. Credo che il motivo sia che molti gruppi prendono di preferenza voli charter.

45% maschi latini ferormonici. Destinazione Bangkok, Patthaya e Phuket. Anche qui i vari sottogruppi:

a) giovanissimi: 25-30 anni. È incredibile quanti ce ne siano. Tutti col Jolly Invicta, il che mi fa pensare che vogliano rievocare le gite delle medie; e infatti viaggiano in gruppetti da 3 a 6, ne conosco un paio e mi faccio l’idea che siano sia dal nord che dal sud italia. uno del gruppo c’è già stato in precedenza e quindi conosce i posti, e i suoi racconti devono essere stati tanto potenti da convincere il gruppo intero a partire. Abbigliamento da italiani all’estero mare. Jeans, scarpa griffata, occhiale da sole, capello gommato, zaino su una spalla, tatuaggio in vista parziale, collanina.
b) Giovani-mezza età (30-50): tutto uguale ai precedenti tranne che questi sono ormai dei navigati conoscitori della thailandia. Ci sono andati diverse volte e parlano dei posti come parlassero di casa loro. Sanno tutto sui listini prezzi per locali, località e specialità differenti.
c) Old captains (55 - 70): tutto uguale ai precedenti. Jeans, scarpa griffata, occhiale da sole, capello gommato, zaino su una spalla, tatuaggio in vista parziale, collanina. Tutto questo su un settantenne fa un effetto strano… portate pazienza, è proprio così.
Come faranno questi 60/70enni a sentirsi ancora così vispi, lustri e arzilli? Merito di qualche additivo chimico di colore blu? Mah..

La cosa divertente è che gli old captains, sentendosi anziani lupi di mare e quindi in dovere di ammaestrare le giovani leve, spiegano ad alta voce tutte, ma proprio tutte, le caratteristiche dei luoghi e delle persone che andranno a visitare a fondo nei prossimi giorni, come fare per (farsi) arpionare, portare fuori, portare in albergo, cosa dire, quanto pagare etc. e tutto questo davanti alla stessa impassibile hostess thai di cui sopra (che ancora non si decide a aprire l’imbarco) e a una massa di sdegnate signore d’alta classe le quali si lamentano coi mariti: “ma insomma, possibile che non sappiano parlare d’altro?” mentre i mariti sono intenti ad ascoltare le istruzioni del capitano perché anche per uno sposato non si può mai sapere …

0,5% il sottoscritto, che incarna una categoria a parte perché di altra gente che va a fare affari in thailandia non ce n’è. Il che - sia chiaro - non vuol dire che virtualmente io non apparterrei ad alcuna delle categorie precedenti, ma solo che sono lì per lavoro e questo mi tiene impegnato e mi risolleva la coscienza.

Ritengo che ora, con questo excursus antropologico-sociologico-statistico, siate in grado di capire da soli che cos’è che l’italiano medio cerca nella Thailandia.

Il ritorno dei faraoni

DUBAI

Era da un po’ che aspettavo di parlarvi di Dubai. Dubai la splendida, la perla del golfo, la nuova Las Vegas… A dire il vero non so come definirla, anche se forse tra pochi anni diventerà così grande e famosa da meritarsi gli attributi di Babilonia, Alessandria, Roma, Atene, Bisanzio, New York… le capitali dei grandi imperi.
Dubai per adesso è un enorme cantiere, ma quello che di essa si intravede (le parti già terminate) è così sbalorditivo e al di sopra di qualunque altro luogo al mondo, che i ricchi di tutto il pianeta accorrono per accaparrarsene fin da ora una parte, prima che sia troppo tardi, prima che la speculazione abbia trasformato l’oro degli Emirati in una bolla senza valore.
Noi europei, del miracolo di Dubai conosciamo ben poco. Per lo più circola la falsa idea che questa città trabocchi di petrolio a tal punto da essere diventata con gli anni una sfavillante miniera d’oro, ritrovo dei ricconi del pianeta.
Niente di più falso. Se la ricchezza di Dubai fosse fondata sul petrolio, non sarebbe sostenibile per più di qualche decennio. Il PIL dell’emirato di Dubai (gli emirati sono una confederazione di sette stati con capitale Abu Dhabi) si fonda per più dell’ottanta per cento sul settore immobiliare, sul turismo e sui servizi in generale. Politici lungimiranti hanno deciso, nell’ultimo decennio, di intraprendere un piano di crescita a lungo periodo, mirato ad attirare gli investimenti dei più ricchi del pianeta, per formare una specie di città ideale, un’utopia, un paradiso di isole e isolette artificiali in mezzo al mare, dalle forme più strane (palme, un mappamondo, serpenti ecc.), trasformando la costa del golfo persico in un regno felice. Per fare questo c’era bisogno di fiducia, di soldi, di tanta gente disposta a spendere, a rischiare e a investire. Con sapienti azioni pubblicitarie questi amministratori hanno chiamato i più bravi architetti, progettisti, artisti, ristoratori, albergatori, finanzieri ecc. - i quali tutti insieme si sono visti finanziare i loro progetti più ambiziosi.
Il completamento di Dubailand, il più grande parco a tema del pianeta, ventisette volte Disneyland, è ormai prossimo; progetti faraonici come il Palm Jumeirah, il Mondo, la Vela (Burj el-Arab), la pista da sci coperta, Dubai Marina e altri sono già tutti terminati. Percorrendo in auto il vialone trionfale della città, vi trovate in una sorta di quinta avenue di Manhattan dalle dimensioni enormi, smisuratamente superiori a quelle newyorchesi - e sfido chiunque cammini per Manatthan a pensare che ci possa essere qualcosa di più grande!
Le Emirates Towers, eleganti e slanciate, cedono in altezza al nuovo ciclope dell’edilizia, un grattacielo in costruzione che sicuramente diventerà il più alto del mondo - nessuno sa che altezza dovrà raggiungere, ma vi posso dire che a occhio e croce sembra essere alla metà, ed è già alto quasi 500 metri!
Dubai si avvia a diventare una delle capitali dell’impero Asiatico, il nuovo impero nascente.
Come Babilonia, i regni persiani, la Cina e l’antico Egitto, Dubai si fonda su un regime autoritario e sull’istituzione di una moderna schiavitù. Il regime politico è un’oligarchia nelle mani di famiglie potenti, che si alternano al potere in modo non democratico - non ci sono libere elezioni, e anche i rappresentanti del popolo vengono nominati dal vertice. A differenza di quanto succede in Arabia, in Iran e altrove, qui la dittatura - tratto comune di tutto il medio oriente - è un dispotismo illuminato. Il tiranno è un perfetto gentleman, che sa entrare nelle istituzioni mondiali, fa la sua parte, ha una strategia e una visione di lungo periodo, che sicuramente porterà a lungo andare anche a un benessere materiale per il suo popolo. Le cose quaggiù funzionano così bene, che in questa svizzera di sabbia verrebbe voglia di restarci... Come mai una dittatura funziona meglio che una democrazia? Come mai in certi paesi sembra che la visione di pochi ricchi sia più saggia del voto di molti (specie se i politici sono impotenti e incompetenti come da noi)? serve, per consolarci, dire: si va bene, ma in fondo questo governo di inetti l’abbiamo scelto noi e noi lo possiamo cambiare, questi sono fortunati perché hanno trovato un buon tiranno, ma non hanno scelta...
Questa constatazione salva la democrazia e ci ridà il gusto della libertà, per quanto sgangherato sia il nostro paese rispetto a questo luccichio. E a ben guardare, chi è che lucida l’oro di Dubai? Sono loro, gli schiavi del terzo millennio. Migliaia di lavoratori a contratto a tempo, manpower assoldati in Indonesia, in India, in Bangladesh e nelle Filippine, diseredati senza nome che passano sei mesi o un anno qui, pagati una miseria, fin quando il loro lavoro sulle impalcature a cinquecento metri da terra non sarà terminato; fino a quando un’altra squadra non darà loro il cambio. Figli reietti della madre Asia, che sforna ancora uomini venduti a un tanto al chilo, utili solo in qualità di massa. Poi arriviamo noi, con le nostre finanze, a rendere possibile il sogno di una capitale esotica perché ci siamo stufati della monotonia delle nostre città. E poi arrivano loro, i gestori, la schiera compatta dei manager delle multinazionali, neutri e intercambiabili, noncuranti di trovarsi al polo o nel deserto. Tanto l’aria per loro è fresca comunque.
Per arrivare all’imbarco nel fantasmagorico terminal di Dubai (gallerie, palme, giardini, auto, duty free), mi faccio letteralmente strada fra corpi di centinaia di donne malesi in divisa da operaie - un manpower team destinato alle pulizie dei grandi palazzi - tutte buttate per terra come maiali nella stalla, una contro l’altra, stremate dalla fatica di mesi per portare a casa un po’ di soldi e addormentate nelle tre ore d’attesa prima della partenza. Ecco perché l’oro luccica.
Saudi Arabia

Jeddah


È la bocca aperta della penisola, l’approdo di un mare di fedeli che dai quattro angoli del mondo islamico - dal marocco all’indonesia - fanno l’esperienza della loro vita, il Hagg - il pellegrinaggio nei luoghi sacri del Profeta, La Mecca e Medina. A noi kafiruna (infedeli) questi sono interdetti: se ci beccano a meno di 25 km da una delle due città sacre siamo passibili di pena capitale per sgozzamento... e vi garantisco che qui l’iter giudiziario non va molto per le lunghe.
Scendendo dall’aereo, mi aspetta una folata d’aria rovente di 45 gradi come se fossi di fronte a un fon al massimo: oltretutto, l’aria qui non è affatto secca, ma satura di umidità come nelle migliori estati padane..
Dappertutto, campeggiano manipoli di poliziotti vestiti di verde: un corpo speciale, l’arma per la difesa dell’insegnamento del Corano. sono questi i vigili che fanno togliere i crocifissi dal collo dei turisti europei, e prendono a randellate le vetrine dei negozi che non osservano, cinque volte al giorno, l’orario di preghiera (cacciando fuori la clientela).
Paese dei paradossi questa Arabia, popolata di uomini fieri in bianco e donne nascoste nel nero; animata dal fervore del mistico Muhammed, piena di spiritualità, e al contempo incredibilmente americana: palazzi futuristici nel deserto e concessionarie traboccanti di Hammer. Gli arabi da sempre hanno speso fortune per i loro cavalli... un po’ come con le donne, piu’ ne hanno e piu’ potenti sono. Adesso la spesa per i cavalli o per i cammelli è diventata spesa per le auto.
Quando, sotto il regno di uno dei re sauditi, venne estratto per la prima volta il petrolio, tutti i politici capirono che per conservare la ricchezza nelle mani dei signori d’Arabia sarebbe stato necessario stringere patti con i più potenti (gli stati uniti d’america), mantenere un assoluto controllo autoritario in materia di politica e di religione, e fare dell’Arabia un luogo assolutamente tabù per il turismo internazionale, altrimenti il viavai di gente ne avrebbe causato l’apertura alla modernità, e la perdita del comando da parte delle elite.
Così si è diffusa questa religiosità bigotta e coercitiva, così sono nate alleanze importanti come quella tra i Bush e i Bin Laden. Ancor oggi il fratello di Osama vive scortatissimo nella sua tenuta e fa affari con il paese delle libertà.
L’Arabia è l’esempio di una monarchia assoluta, con caratteri assolutistici e medioevali (la religione fonda il potere). Per noi che siamo abituati a concepire tutte le dittature come anticapitalistiche e antiamericane, fa specie vedere un regno medioevale con le insegne trionfanti di Mac Donalds, KFC, Starbucks e Pizza Hut e luccicante di hammer, maserati, ferrari e lamborghini sotto il sole giaguaro.
Ma ci aiuta anche a riflettere: fino a che punto il capitale è giustificabile nell’ideologia della libertà globale? Non ci accorgiamo che la nostra esistenza materiale e la sovranità politica mondiale (= il controllo sulle fonti energetiche non rinnovabili) affondano le proprie radici nella tirannide, e, anzi, contribuiscono a mantenere questi regimi così come stanno?
Across California

San Francisco

Ma che cos’è in fondo la California? Miglia di traffico in auto splendide, sapore di higways che si intrecciano come riccioli di cemento; file di palme dal tronco esile e dal ciuffo appeso in alto, a incorniciare i lungomare dove hanno girato i film della nostra infanzia; il ponte rosso sulla baia che si staglia con la forza di un’idea nella foschia del Golden Gate. L’isola di Alcatraz, oggi ricovero di pellicani, dove languirono a migliaia le mine vaganti del regime. Infine, l’aria asciutta e radiosa di un mattino d’estate, la gente felice che si saluta per strada anche senza conoscersi, sereni nei vestiti casual, felici e segretamente gelosi del loro più grande possedimento, lo spazio americano, il continente, l’oro del West: I DID IT, ce l’ho fatta.
E accanto a quest’America ottusa bigotta e sporca di ketchup, decine, centinaia di fricchettoni usciti dalla contestazione dei mitici Sessanta, la Berkeley meravigliosa che abbiamo sognato, le chitarre, i Laureati, un sogno e un’utopia che la storia ha smentito. Tutto questo ha un nome, ciascun tassello del mosaico urbano e umano ha una collocazione ben precisa nell’intreccio di streets che grigliano la penisola su cui sorge San Francisco.
Solo che sulla mappa è una faccenda piatta e orizzontale come potrebbe essere Manhattan, mentre la realtà è ben diversa. Altroché Roma dai sette colli: San Francisco sorge su un terreno accidentato, collinare, con valli e picchi, trentadue - dicono, e nonostante questo i pionieri l’hanno fatta a reticolo, in perfetto stile yankee o antico romano.
Per questo, interi quartieri sorgono su colline dalla pendenza severa, e le strade le tagliano dritte unendo up e downhill. San Francisco è la città dei freni a mano. non provate a parcheggiare senza, o vi troverete sul Ponte a piangere la vettura finita nella baia.
Le costruzioni sono meravigliose; colorate, originali e immerse nel verde, come solo le città dei grandi oceani sanno offrire. Belli i moli di fronte alla baia, suggestivo il mitico Fisherman’s Wharf con la colonia di leoni marini, puzzolenti e rumorosi ma amati dai turisti. Se ci passate, fermatevi a un chiosco qualunque, per gustarvi quella che vendono in una coppetta da gelato, mentre in realtà trattasi di polpa fresca di granchio e gamberetti appena pescati: una meraviglia. Attenzione ai gabbiani che proveranno a rubarvi il cibo al volo... la natura è lotta per il più furbo.
Se poi vorrete immergervi in un altro continente senza allontanarvi troppo, a sole due strade di distanza troverete Chinatown. Odori a parte, trattasi di una colonia aliena tollerata dai paciosi cittadini, che la rispettano come rispettano i leoni marini. Chinatown è un’enclave di una Cina passata, la canton del Novecento, ormai superata dalla Cina di oggi che con questi angoli pittoreschi non ha nulla a che spartire - un po’ come paragonare Milano con la Little Italy di New York. Potrete comunque trovare delle belle giade e mangiare i mitici dim sum.
La Cina dentro l’America ci lascia l’amaro in bocca, mostrandoci come popoli lontani (americani dell’ovest e cinesi) si siano incrociati a nostra insaputa, generando traffici che hanno completamente tagliato fuori l’Europa, sebbene noi europei continuiamo a sentirci al centro del mondo; bene, in questo sarebbe meglio che ci rendessimo conto una volta per tutte che oggi il nuovo Mare Nostrum non è più il mediterraneo (come lo era fino al Quattrocento) né l’Atlantico (dal Cinquecento al Novecento), ma è diventato il Pacifico.
Il bacino del Pacifico è il mare del terzo millennio che inizia; i popoli che si affacciano sulle sue sponde, diversissimi e lontani tra loro, stanno scrivendo la storia del mondo da eroi; mentre quello che succede dall’altra parte, Europa Africa e Medio Oriente, non è altro che una storia di sconfitti che cercano di stare al passo, in modi differenti.
24 Marzo 2007

Beijing

Il Palazzo della Pace Celeste dei Sensi

Il Palazzo della Pace Celeste dei Sensi è un fantastico centro benessere cinese e per cinesi, che sorge nel cuore della capitale Beijing, nemmeno troppo distante da Tienanmen.
Ci passano fino a 2000 persone al giorno. Ve lo descrivo perché ce ne sono tanti in Cina e perché vi dà uno spaccato di come vivono gli asiatici nel dopo lavoro. E poi anche perché mi ritengo fortunato a esserci stato, unico “muso bianco” in mezzo a soli cinesi.
Allora, da fuori somiglia a un hotel di Las Vegas. Entrate, e vi trovate in un fastoso salone in marmo sovrastato da un bel lampadario di Murano. Al centro, una fontana con zampilli. Sulla parete di fronte, una riproduzione ingrandita della Scuola di Atene di Raffaello, con tutti i filosofi stravaccati sulla gradinata dell’accademia (ma che c’entra, qui? boh...)
Sono scortato da un manipolo di quattro clienti cinesi, che mi accompagnano nella zona termale vera e propria. Nel settore uomini per prima cosa ci si tolgono le scarpe e i vestiti, e si rimane nudi come vermi con indosso solo il braccialetto magnetico per l’armadietto. Ci saranno una cinquantina di cinesi, nessuno fa caso a niente, tutti chiacchierano, si immergono in una vasca , fanno la doccia ecc., come niente fosse. Addirittura, ci sono dei servitori speciali che ti lavano la schiena e ti fanno i massaggi, è normale per gli uomini farsi lavare da altri uomini e non se ne stupiscono, Io però preferisco arrangiarmi. Sempre con un codazzo di servitori attorno, che mi profumano, mi portano l’asciugamano ecc., vesto un kimono bianco sopra un paio di mutande in carta, e seguo i miei amici nel salone vero e proprio. Per prima cosa la cena, tutti in accappatoio si abbuffano di mangiare, fumano, uomini e donne insieme. Poi viene il rito del bagno.
Una piscina tiepida e poi un bagno bollente all’aria aperta. Per finire, una vasca fredda. Viene poi il turno della seduta nell’acqua di fogna, che dicono sia salutare e mi lascia addosso un fetore nauseabondo.
Infine, la vera chicca. Si entra in una vasca dove si trovano migliaia di pesciolini neri, che subito vi si affollano intorno e cominciano a mordicchiarvi la pelle. Mordicchia che ti mordicchia, i pescetti vi asportano tutto lo strato morto superficiale, vero e proprio peeling naturale che vi farà sentire solo un po’ di solletico. Spero che questi pesciolini non abbiano niente in comune con quelli che poco prima ci hanno servito fritti al ristorante, penso con un moto di angoscia.
Quindi si esce dalle vasche e si va a teatro, sempre in accappatoio.
C’è un grande sipario e un grande palco, va in scena l’opera pechinese, vero guazzabuglio di rappresentazioni, dalle comiche, al canto lirico, allo strumentale, al circo eccetera.
Un pagliaccio che fa ridere tutti mi chiama “lo straniero” e mi piglia in giro (mi dicono) perché mi faccio tradurre ogni battuta...
I cinesi hanno un senso dell’umorismo un po’ speciale, ridono assai per cose su cui noi troveremmo fuori luogo scherzare, come uno che casca per strada, una persona calva, uno zoppo ecc.; mentre non hanno nessun senso dello humour come lo intendiamo noi, per cui è inutile cercare di fare battute o di raccontargli barzellette, non le capiscono.
Dopo il circo, per finire, potete chiudere in bellezza la serata facendovi fare un bel massaggio cinese (vi pestano la schiena appesi a due pertiche, sconsigliato per chi ha dolori lombari).. qui non serve che vi racconti proprio nulla, quando verrete da queste parti provatelo, non ve ne dimenticherete!
Ni hao!