DUBAI
Era da un po’ che aspettavo di parlarvi di Dubai. Dubai la splendida, la perla del golfo, la nuova Las Vegas… A dire il vero non so come definirla, anche se forse tra pochi anni diventerà così grande e famosa da meritarsi gli attributi di Babilonia, Alessandria, Roma, Atene, Bisanzio, New York… le capitali dei grandi imperi.
Dubai per adesso è un enorme cantiere, ma quello che di essa si intravede (le parti già terminate) è così sbalorditivo e al di sopra di qualunque altro luogo al mondo, che i ricchi di tutto il pianeta accorrono per accaparrarsene fin da ora una parte, prima che sia troppo tardi, prima che la speculazione abbia trasformato l’oro degli Emirati in una bolla senza valore.
Noi europei, del miracolo di Dubai conosciamo ben poco. Per lo più circola la falsa idea che questa città trabocchi di petrolio a tal punto da essere diventata con gli anni una sfavillante miniera d’oro, ritrovo dei ricconi del pianeta.
Niente di più falso. Se la ricchezza di Dubai fosse fondata sul petrolio, non sarebbe sostenibile per più di qualche decennio. Il PIL dell’emirato di Dubai (gli emirati sono una confederazione di sette stati con capitale Abu Dhabi) si fonda per più dell’ottanta per cento sul settore immobiliare, sul turismo e sui servizi in generale. Politici lungimiranti hanno deciso, nell’ultimo decennio, di intraprendere un piano di crescita a lungo periodo, mirato ad attirare gli investimenti dei più ricchi del pianeta, per formare una specie di città ideale, un’utopia, un paradiso di isole e isolette artificiali in mezzo al mare, dalle forme più strane (palme, un mappamondo, serpenti ecc.), trasformando la costa del golfo persico in un regno felice. Per fare questo c’era bisogno di fiducia, di soldi, di tanta gente disposta a spendere, a rischiare e a investire. Con sapienti azioni pubblicitarie questi amministratori hanno chiamato i più bravi architetti, progettisti, artisti, ristoratori, albergatori, finanzieri ecc. - i quali tutti insieme si sono visti finanziare i loro progetti più ambiziosi.
Il completamento di Dubailand, il più grande parco a tema del pianeta, ventisette volte Disneyland, è ormai prossimo; progetti faraonici come il Palm Jumeirah, il Mondo, la Vela (Burj el-Arab), la pista da sci coperta, Dubai Marina e altri sono già tutti terminati. Percorrendo in auto il vialone trionfale della città, vi trovate in una sorta di quinta avenue di Manhattan dalle dimensioni enormi, smisuratamente superiori a quelle newyorchesi - e sfido chiunque cammini per Manatthan a pensare che ci possa essere qualcosa di più grande!
Le Emirates Towers, eleganti e slanciate, cedono in altezza al nuovo ciclope dell’edilizia, un grattacielo in costruzione che sicuramente diventerà il più alto del mondo - nessuno sa che altezza dovrà raggiungere, ma vi posso dire che a occhio e croce sembra essere alla metà, ed è già alto quasi 500 metri!
Dubai si avvia a diventare una delle capitali dell’impero Asiatico, il nuovo impero nascente.
Come Babilonia, i regni persiani, la Cina e l’antico Egitto, Dubai si fonda su un regime autoritario e sull’istituzione di una moderna schiavitù. Il regime politico è un’oligarchia nelle mani di famiglie potenti, che si alternano al potere in modo non democratico - non ci sono libere elezioni, e anche i rappresentanti del popolo vengono nominati dal vertice. A differenza di quanto succede in Arabia, in Iran e altrove, qui la dittatura - tratto comune di tutto il medio oriente - è un dispotismo illuminato. Il tiranno è un perfetto gentleman, che sa entrare nelle istituzioni mondiali, fa la sua parte, ha una strategia e una visione di lungo periodo, che sicuramente porterà a lungo andare anche a un benessere materiale per il suo popolo. Le cose quaggiù funzionano così bene, che in questa svizzera di sabbia verrebbe voglia di restarci... Come mai una dittatura funziona meglio che una democrazia? Come mai in certi paesi sembra che la visione di pochi ricchi sia più saggia del voto di molti (specie se i politici sono impotenti e incompetenti come da noi)? serve, per consolarci, dire: si va bene, ma in fondo questo governo di inetti l’abbiamo scelto noi e noi lo possiamo cambiare, questi sono fortunati perché hanno trovato un buon tiranno, ma non hanno scelta...
Questa constatazione salva la democrazia e ci ridà il gusto della libertà, per quanto sgangherato sia il nostro paese rispetto a questo luccichio. E a ben guardare, chi è che lucida l’oro di Dubai? Sono loro, gli schiavi del terzo millennio. Migliaia di lavoratori a contratto a tempo, manpower assoldati in Indonesia, in India, in Bangladesh e nelle Filippine, diseredati senza nome che passano sei mesi o un anno qui, pagati una miseria, fin quando il loro lavoro sulle impalcature a cinquecento metri da terra non sarà terminato; fino a quando un’altra squadra non darà loro il cambio. Figli reietti della madre Asia, che sforna ancora uomini venduti a un tanto al chilo, utili solo in qualità di massa. Poi arriviamo noi, con le nostre finanze, a rendere possibile il sogno di una capitale esotica perché ci siamo stufati della monotonia delle nostre città. E poi arrivano loro, i gestori, la schiera compatta dei manager delle multinazionali, neutri e intercambiabili, noncuranti di trovarsi al polo o nel deserto. Tanto l’aria per loro è fresca comunque.
Per arrivare all’imbarco nel fantasmagorico terminal di Dubai (gallerie, palme, giardini, auto, duty free), mi faccio letteralmente strada fra corpi di centinaia di donne malesi in divisa da operaie - un manpower team destinato alle pulizie dei grandi palazzi - tutte buttate per terra come maiali nella stalla, una contro l’altra, stremate dalla fatica di mesi per portare a casa un po’ di soldi e addormentate nelle tre ore d’attesa prima della partenza. Ecco perché l’oro luccica.