sabato 4 ottobre 2008

Hong Kong

KOWLOON

Arrivo a Hong Kong nel primo pomeriggio.
Dal finestrino dell’aereo, poco prima di sbarcare, scorgo la simpatica sagoma del Buddha gigante che sorge sul cucuzzolo di un monte nell’isola di Lantau, benedicente come il Cristo Redentore di Rio.
Mi rituffo nella pulizia e nell’igiene new age alla Brian Eno di questo posto meraviglioso, in cui ogni viaggiatore spaesato si sente a casa, nella profusione di sorrisi, luccichii, acciaio, vetro, profumi e balocchi che questo terminal-città dischiude. Altroché Cina e pericolo giallo. Qui ci si rende subito conto che siamo non solo in un altro pianeta ma pure in un altro millennio.
Tutto è indicatissimo – sogno di un mondo di significati – con cartelli in inglese e cinese. Dagli altoparlanti una voce gentile e acuta di donna scandisce il benvenuto e dà le indicazioni in un inglese senza le erre, quindi nella soave cantilena cantonese, con le sue vocali lunghissime, più dell’olandese, e i sette toni musicali delle sillabe.
Prendo il treno espresso che in ventiquattro minuti fa un tragitto che in auto ne richiederebbe quaranta.
In un battibaleno, mostrando con una progressione di puntini luminosi lo stato di avanzamento del treno sul tragitto, e costeggiando dapprima il porto enorme e le sue montagne di container, poi la foresta di cemento di Tsing Yi, il mezzo raggiunge Kowloon, la penisola-formicaio, irta di grattacieli lanciati in alto in forme ondeggianti di fronte alla baia (anche i palazzi qui vengono costruiti secondo i dettami del Feng Shui, la geomanzia cinese, scienza dei quattro elementi).
E seguendo un flusso umano ordinato e composto, in breve raggiungo il mio hotel.
Nathan Road, TsimTsaTsui, Kowloon, Hong Kong. Chi non è mai stato a Hong Kong può raffigurarsi solo vagamente cosa sia Nathan Road, una specie di calle di Venezia su cui si affacciano decine, centinaia, migliaia di botteghe, ognuna esponendo un’insegna luminosa in bei caratteri cinesi, un fiume di gente continuo, mercanzie di tutti i tipi (anche umane) sbattute in faccia, braccia che ti tirano e voci che ti chiamano ovunque… Nathan Road e le sue traverse sono come intestini tenui, stretti budelli in cui una selva di voraci villi intestinali succhia le sostanze nutritive (in dollari HK o USA o Euro, non importa) ai malcapitati turisti.
Hong Kong è tutta qui, botteghe violente di luci elettriche, medicine tradizionali (funghi e vermi secchi), Nikon, Canon, Minolta, SexyMassage, ristoranti cantonesi con le anatre impiccate dall’occhio glauco in vetrina, 7/Eleven che ammucchiano merci in minuscoli scaffali, vestiti kitsch di seta multicolore, cibi bolliti, laccati, fritti, marci, a esalare mille effluvi inebrianti o repellenti, boutique monomarca di Gucci, Moschino e compagnia. Tutto insieme in duecento metri scarsi.
L'hotel segue lo sviluppo verticale di una torre di venti piani, capito al quattordicesimo. La stanza è così stretta che devo scegliere tra me e le valigie. Raggiungo un compromesso tenendo le valigie in piedi e me disteso sul letto. Dalla finestra, lo spettacolo postmoderno di una distesa di palazzi e cantieri. Dalla camera a fianco, i piagnistei di un bambino che di dormire non ne vuole sapere proprio. Sui vetri, il ticchettio delle prime gocce di quello che potrebbe essere uno scroscio autunnale oppure un vero e proprio tifone, chissà.
E allora visto che qui non si può stare esco fuori e vado a sgranchirmi le ossa in piscina. Mi chiedo come sia possibile ricavare una piscina in questi spazi ristretti, e la risposta mi viene data subito: la vasca (olimpica?) dell'YMCA è in un piano di un palazzo, il soffitto bassissimo, le corsie non dritte ma curve per seguire le pareti, e ai muri poster che ritraggono spiagge tropicali, perché anche gli impiegati di Kowloon, creature da formicaio, possano sfogarsi e sognare.
Nuoto per un'ora in quest'acqua tiepida e finta, annaspando tra miriadi di cinesi, prendendo a manate schiere di bimbetti intenti a fare il corso di nuoto, infine preso da autentica claustrofobia ripiego nella più tranquilla vasca jacuzzi dove condivido due metri quadri con quattro vecchie cinesi, che continuano beate la loro conversazione in cantonese per nulla sconvolte dall'ingresso di una nuova gallina in pentola.
Sospetto che l'acqua giallastra ribollente in cui stiamo non venga scaricata a fine giornata, ma ceduta a qualche ristorante della sottostante Nathan Road in qualità di brodo per la famosa e prelibata chicken soup.


Provatela!
IL GIRO DEL MONDO
IN 8 GIORNI
Com’è dura riprendere a scrivere dopo tanto tempo… mesi e mesi frenetici in cui il Vostro affezionatissimo si è eclissato, sepolto dall’extra lavoro per contrastare gli effetti nefasti del super Euro sul povero export italiano, contrattazioni tese e animate, decine di migliaia di miglia accumulate sulla carta fedeltà che ormai mi vede “senator” (mi sento un po’ Andreotti), viaggi isterici intorno al globo come un elettrone impazzito o una mosca irrequieta che ronza attorno a una vacca calma, facendole tutt’al più il solletico.
L’avventura delle avventure – chiamiamola così – è stato il completamento in un solo viaggio del circolo terrestre, con tappe negli USA e in Canada, da lì a Hong Kong trasvolando il Pacifico, quindi in Europa chiudendo il giro dall’altra parte.
Con un biglietto di classe economy e 8 giorni di tempo ho fatto quello che Magellano impiegò 2 anni per portare a termine, senza nemmeno riuscirci, visto che lui finì massacrato dai selvaggi delle Filippine, mentre il sottoscritto è riuscito a riportare a casa la pellaccia con dentro pure qualche chiletto in più.
Di questo giretto da quarantacinquemila miglia non vi racconto un bel niente, perché le tappe ve le ho già descritte altrove. Ma vale la pena testimoniare, a voi sani di mente che mai e poi mai vi imbarchereste in un simile tour de force, la metamorfosi naturale a cui si assiste nel balzare da un continente all’altro dirigendosi a Ovest.
Ci viene spontaneo pensare ai continenti come a delle piattaforme su ciascuna della quali risiede uno o più popoli con cultura propria, e separate dalle barriere insormontabili degli oceani. La casa dei popoli sarebbe il loro territorio, e il territorio è il continente.
Niente di più falso. Vuoi la prova che le cose non stanno affatto così? Vai in posti come Vancouver, Hong Kong, Singapore, Dubai. La civiltà è nata sui fiumi. Le metropoli dell’antichità sono sempre su grandi fiumi oppure “mesopotamiche”, in mezzo a corsi d’acqua.
Roma, Cartagine e Atene hanno inaugurato l’epoca delle civiltà marittime. Non più un fiume ma un mare, un mare piccolo e nostrano, ma un mare. Dov’è il cuore pulsante dell’impero romano? Non certo nell’Europa continentale, ma nel mediterraneo.
La storia successiva è stata un avvicendamento di bacini strategici di dimensioni sempre maggiori. Il resto della storia mondiale è dato dall’intersecarsi dei bacini delle diverse civiltà, che pulsano aumentando e riducendosi come le onde di più sassi gettati in acqua, producendo zone turbolente presso le rispettive intersezioni.
Le patrie, oggi, non sono le terre ma i mari, o meglio i bacini. I bacini culturali, economici e commerciali sono: (1) il Pacifico, di cui fanno parte le Americhe delle west coasts da Vancouver a santiago del cile, e sull’altra sponda il Far East e l’Australia; (2) l’Indiano/arabo/est-africano di cui fa parte anche il golfo persico, (3) l’Atlantico, (3-a) euro-americano in declino e (3-b) euro-latino in ascesa, e l’africa occidentale più avanzata; (4) il mediterraneo sud europeo, levantino e nordafricano. Un’anomalia è la Russia, che è l’unico Paese al mondo che per collocazione geografica si affaccia sul bacino Atlantico, sul Pacifico e sull’Indiano/Arabo (perché credete che abbiano attaccato la Georgia?), quindi è meno isolata rispetto all’Europa e più soggetta a interazione con le potenze asiatiche. Per questo motivo, quali che siano le intenzioni dei Russi, è un errore sottovalutarle e rompere con questo paese, come sta facendo l’America e noi al seguito.