Domodedovo
Il comandante austriaco dà l’annuncio: Wì àr lànding in MoskoV. Lòkal temperatùr iss màinuvs 28°C . Poco dopo, i passeggeri cominciano a estrarre l’armamentario, giacche, cappotti, guanti, berrette, montoni. L’aereo ha volato con il muso controvento, dalla Siberia scendono le folate gelide che hanno imbiancato per una settimana anche il Bel Paese.
Mi copro col poco che ho. Ho rifiutato di portarmi dietro pellicce e montoni per viaggiare leggero. All’uscita incontro Iván, sempre allegro e pimpante, che mi accoglie con un zdràstvuitiye; mi fa strada nel parcheggio dell’aeroporto fino alla sua auto, cinquecento metri in cui mi sento un astronauta in passeggiata su Marte. Mi hanno detto di respirare col naso e non con la bocca. Ci provo. Nulla di strano, a parte una strana sensazione di agopuntura dentro le narici quando inspiro... come se mi stessero infilando dentro il naso degli stuzzicadenti o qualcosa di solido. Noto anche che i jeans si stanno irrigidendo, prendono vita, camminano di loro spontanea iniziativa con le mie gambe dentro. Il freddo non è diverso da uno dei nostri freddi padani, anzi meno fastidioso per via della poca umidità. Mi accorgo infine che il fiato evapora dalla bocca in nuvole bianche molto scenografiche, alla prima esalazione. Le persone sono ciminiere mobili.
Saliti finalmente in auto ci dirigiamo verso il centro di Mosca. L’autostrada principale è una lastra grigia con mucchi di ghiaccio ai lati. I boschi di betulle si stendono bianchi, intricati e inospitali in tutte le direzioni. Sull’asfalto ghiacciato vortica una sottile polvere di neve, graziosa, seguendo i mulinelli del vento al passaggio delle auto.
Mosca si annuncia da lontano. Finiscono le betulle e iniziano le periferie di cemento. Non ci si deve però aspettare il paesaggio brullo delle città dell’est. Qui gli edifici sono enormi ma radi, mai troppo alti; intercalati da parchi e fiumi, a volte da chiese dalle cupole a cipolla, bellissime sotto la neve.
Più ci si approssima al centro città, più fitti si fanno gli incroci a raso, con i semafori. Inizia il vero traffico. Centri commerciali, uffici, magazzini. Le tangenziali qui sono tre anelli concentrici, fiumi di auto.
Balza all’occhio l’onnipresenza dell’alfabeto cirillico, anche nel trascrivere i marchi internazionali; segno inequivocabile che chi viene qui per affari deve adattarsi alla Russia, e non viceversa. Di tutti i popoli con alfabeto diverso dall’occidentale, direi che i Russi sono tra quelli che maggiormente resistono ad adottare la grafia occidentale portata dai grandi marchi globali. In medio e in estremo oriente, con poche eccezioni, ovunque troviamo alfabeti autoctoni o regionali (arabo, ebraico, hindi, urdu, tamil, cinese, thai, coreano, giapponese, armeno, georgiano ecc.), ma è difficile vedere i brand internazionali tradotti o traslitterati nelle rispettive lingue. Di solito li lasciano come sono e in caratteri occidentali.
Idem dicasi per le indicazioni stradali. Qui le indicazioni sono espresse tutte e rigorosamente in cirillico, salvo rare eccezioni per lo più per i monumenti del centro. D’altra parte, se vi verrà la sciagurata idea di prendere l’auto e guidare a Mosca, sarete talmente impegnati nella sopravvivenza nel traffico che farete poca attenzione ai segnali.
In realtà il cirillico non è un grosso ostacolo. Se uno ha ricordi del greco del liceo e con un po’ di fantasia per i caratteri diversi, decifrare le insegne diventa un piccolo svago. La lingua non mi appare del tutto forestiera, capisco che ci devono essere le declinazioni (gli stessi nomi terminano in a-i-u a seconda del caso), e ascolto ammirato la pronuncia flessuosa e quasi latina di una lingua che, scritta, sembrerebbe un intrico di consonanti. E’ una lingua buona per giocarci a Scarabeo. Con una vocale e quattro-cinque consonanti riuscirete già a farci parole, mentre in italiano se non ci capitano due o tre vocali siamo fregati.
A compensarne la scarsità, il russo adopera le vocali con diversa modulazione; anche la pronuncia, ad esempio della E e della O, differisce molto nel contesto della parola. La O in sillabe brevi diventa A. Ne risulta un parlato cantilenante, non spiacevole, nel complesso un po’ pesante, adatto sicuramente alla musica anche se affettato e non totalmente aggraziato, specie sulla bocca di una donna.
Per i motivi che ho detto sopra, il russo si sente isolato linguisticamente da noi, anzi il contrario: pensa che non capiamo un’acca di quello che scrivono, dicono (e pensano). Su quest’ultimo punto forse hanno ragione, mentre sui primi due, se solo si facessero un po’ di sforzi reciproci, penso che potremmo sentirci molto a nostro agio e riuscire a comunicare bene almeno i concetti di base. Di regola i russi che hanno a che fare con stranieri assumono degli (o piu spesso, delle) interpreti, ignorando il fatto che di solito si fa molta più fatica a parlarsi tramite un traduttore, specie se la traduzione non è simultanea, che usando una semplice base di inglese come lingua di scambio come tutti dovrebbero saper fare. L’interprete però ha i suoi vantaggi, non me ne lamento affatto. Stavolta ne ho addirittura due, Olga e Gianna; quest’ultima è la pronipote di Bulgakov, l’autore de Il maestro e Margherita. Oltre che interpreti queste ragazze sono di per sé delle guide turistiche sorridenti che adorano l’Italia, tengono buona compagnia e rallegrano la conversazione, aiutandomi a capire da dentro la mentalità russa e le differenze con la nostra, che loro ben conoscono.
Gli affari in Russia stavolta vanno bene. La fiera a cui partecipiamo è gremita di gente, anche se vi sono molti curiosi e fannulloni che vanno in giro a riempirsi le sporte di cibo. Il vero risultato della fiera sarà noto solo a posteriori, ma mi sembra che ci sia un certo interesse per i prodotti italiani, nonostante l’Italia nel complesso faccia una magra figura da quando le ultime leggi di austerità varate dal precedente governo hanno abolito l’istituto per il commercio estero e l’internazionalizzazione del nostro paese (Agosto 2010).
La sera vengo invitato dai clienti in lussuosi ristoranti à la page di Mosca, locali strepitosi, vere opere d’arte, molto ben frequentati. I prezzi sui menu sono alle stelle. Oltre al prezzo da menu, come negli Stati Uniti qui si usa dare una copiosa mancia al cameriere a fronte di un servizio peraltro impeccabile. A Mosca ritrovo quel culto del cocktail, del caffè, del liquore, quel dilungarsi nei locali, tra chiacchiere, fumo e vodka fino a notte fonda, che da noi è ormai assai raro, soppiantato dal più veloce aperitivo, testimonial mondiale della fretta milanese. L’Italia resta per i russi oltre che patria del buon cibo (per salumi, formaggi, pasta, vino siamo la loro prima scelta!) anche modello di dolce vita e di gusto.
Il palato moscovita è raffinato ed eclettico. Oltre alle specialità russe più celebrate come le omelette con la panna acida, il borsch (zuppa di barbabietole) e il bif strogonoff, la fanno da padroni un sushi più elaborato e ricercato di quello giapponese, la cucina azera/caucasica (carni di agnello e montone, ricche insalate, shaslìk, kebab, shisha finale) una variante della quale è la cucina uzbeka, e ovviamente quella europea, italiana e francese. Per il pesce, si distinguono per il salmone e per l’ottimo oscietrina (storione) con salsa di melograno, il cui sapore sta tra il salmone e il branzino. Ci sono tre tipi principali di storione, e la qualità della carne è inversamente proporzionale a quella del caviale. Il beluga, che dà il miglior caviale, ha carni discrete. L’oscietra è buono per entrambi, mentre il sevruga ha ottima carne e discreto caviale.
Mosca mi dà l’idea di una società raffinata, elaborata e ricca, con tanta storia sulle spalle e un’eredità culturale importante di cui i moscoviti sono consapevoli. I contrasti stridenti della fase della perestrojka sembrano essersi ridotti di molto. La povertà, che ancora esiste, è meno conclamata e evidente che in altre metropoli asiatiche.
Più snob della Cina, più colta, grigia e tradizionale del Brasile, più ricca e sviluppata dell’India, la Russia sta ad anni luce dagli atri 3 “BRIC”. Mi sembra soffrire la consapevolezza della fine del suo Impero e del mancato riconoscimento della propria potenza da parte del mondo. Continua peraltro a vivere come un Impero.
Basta che vi guardiate intorno in un luogo pubblico, e vedrete schiere di uomini dalle facce diverse, cinesi, mongoli, tagiki, kazaki, uzbeki, caucasici, nordici, baltici, jakuzi, tutti facenti parte dell’impero. Mosca sembra un po’ la Roma decadente del tardo impero in cui vari popoli confluivano, imparandone la lingua e la cultura. In questo è assai simile alla Cina, meno al Brasile o all’India. Forse, più che Roma, una Bisanzio.
Questa matrice pan-asiatica compone un universo.
Dagli aeroporti partono voli per tutte le province dell’impero, tutte le periferie sono raccolte e rappresentate nel governo centrale. C’è stato uno sforzo enorme, che non poteva che essere autoritario, di sottomettere, soggiogare, educare decine di popoli diversi tutti sotto un’unica dottrina. Sforzo fatto prima dagli Zar e poi dal comunismo.
Questo universo, messo di fronte ai nostri occhi, ci offre solo uno spettacolo: l’inaudito, il diverso, il nuovo. L’inaspettato. Il “giro” dei popoli del Caucaso e del centro Asia ci resta essenzialmente estraneo e ignoto. Non appartiene alle nostre rotte occidentali. Così come altre galassie di popoli che ho già descritto, e che di solito ruotano attorno ad alcuni bacini, veri e propri mari: il Mediterraneo, l’alto e basso Atlantico, il Golfo Persico, l’Indiano e il Pacifico.
La Russia prende la propria cultura dall’Europa più raffinata, ma compone un universo che ha il suo baricentro nelle steppe e nelle foreste dell’Asia Centrale, solcate dalla sottile nervatura degli Urali, bagnato qua e là dal Caspio, da grandi fiumi e da qualche lago, e che arriva fino al Pacifico. Il suo “mare” è fatto per lo più di erba e di infiniti boschi di betulle.