Nubi grigie incazzate vi guardano dall’alto pronte a scaricarvi addosso catini di pioggia. Stritolato tra l’oceano sconfinato e alte montagne nevose, il paese ha la forma di un pesce con la testa in giù e la coda in su, quest’ultima mozzata dal corpo dallo stretto che divide l’isola del nord da quella del sud.
Wellington è sotto la coda, Auckland sulla punta della coda, Christchurch dove mi trovo io ora è sotto la pancia del pesce. Questo pesce gigante di nome Auaroa fu pescato al tempo dei tempi da Maui l’irrequieto, il Prometeo dei Maori, il quale, compiaciuto di una così abbondante preda, offrì subito un sacrificio agli dei suoi padri. Ma mentre faceva ciò, i suoi quattro fratelli lividi in volto per l’invidia si avventarono sul gigantesco pesce brandendo i loro coltelli, e lo squartarono per dividerselo. 
Dai primi tagli nacquero le isole e i fiordi che si trovano in gran quantità in Nuova Zelanda. Dalla spaccatura in due dell’animale, infine, si formarono le due metà del paese.
Oggi ho visto per la prima volta i Maori. Non erano quei guerrieri tatuati dall’aria truce e spaventosa che fanno le danze di guerra sbarrando gli occhi e tirando fuori la lingua per intimorire il nemico, come spesso sono rappresentati.
Era invece una corpulenta famigliola mamma papà e due bambini, su una chevrolet scassata, malvestiti e dall’aspetto triste. I Maori, un tempo fieri indigeni, oggi sono trattati come da noi gli zingari da quel popolo anglosassone un po’ bigotto che sono i bianchi Newzealanders. I bianchi li discriminano, come avviene ovunque, e li tollerano perché li ritengono dei sempliciotti un po’ pittoreschi (come gli indiani d’america), e si vantano di averli come connazionali soltanto per il gioco del Rugby, in cui buona parte della forza selvaggia dei mitici All Blacks viene dallo spirito indomito di quella gente.
Steve mi dice che ci sono molti indigeni in giro “look, they are all around!”, ma non e’ vero, mi ci vogliono due giorni per vedere i primi. “they’re good fellows”, mi fa, sono brava gente. non fanno del male a nessuno.
Per il resto, diciamo che se siete una pecora di razza merinos, e amate la pioggia, la birra e il rugby, questo è sicuramente il posto che fa per voi.
Se invece non siete una pecora, e magari anziché belare vorreste provare a comunicare con la gente del luogo, sappiate che vi attendono tempi duri.
Tanto per cominciare, qui sono tutti convinti di parlare inglese, e invece parlano una lingua che sta all’inglese come il cinese sta al
bergamasco.
Vi fanno una domanda con quel caratteristico parlare contratto e secco di cui non capirete nulla, e voi li guardate beoti, delle due l’una:
- o la strega cattiva vi ha improvvisamente privati della conoscenza dell’inglese
- o il vostro interlocutore viene dalle periferie di Marte.
“Sorry?” gli direte voi. E loro giù con un’altra domanda, ancora più incomprensibile della prima. Al quarto sorry perdono la pazienza e vi mandano in quel posto, ma voi non capirete esattamente dov’è che vi hanno mandati.
Dai primi tagli nacquero le isole e i fiordi che si trovano in gran quantità in Nuova Zelanda. Dalla spaccatura in due dell’animale, infine, si formarono le due metà del paese.
Oggi ho visto per la prima volta i Maori. Non erano quei guerrieri tatuati dall’aria truce e spaventosa che fanno le danze di guerra sbarrando gli occhi e tirando fuori la lingua per intimorire il nemico, come spesso sono rappresentati.
Era invece una corpulenta famigliola mamma papà e due bambini, su una chevrolet scassata, malvestiti e dall’aspetto triste. I Maori, un tempo fieri indigeni, oggi sono trattati come da noi gli zingari da quel popolo anglosassone un po’ bigotto che sono i bianchi Newzealanders. I bianchi li discriminano, come avviene ovunque, e li tollerano perché li ritengono dei sempliciotti un po’ pittoreschi (come gli indiani d’america), e si vantano di averli come connazionali soltanto per il gioco del Rugby, in cui buona parte della forza selvaggia dei mitici All Blacks viene dallo spirito indomito di quella gente.
Per il resto, diciamo che se siete una pecora di razza merinos, e amate la pioggia, la birra e il rugby, questo è sicuramente il posto che fa per voi.
Se invece non siete una pecora, e magari anziché belare vorreste provare a comunicare con la gente del luogo, sappiate che vi attendono tempi duri.
Tanto per cominciare, qui sono tutti convinti di parlare inglese, e invece parlano una lingua che sta all’inglese come il cinese sta al
Vi fanno una domanda con quel caratteristico parlare contratto e secco di cui non capirete nulla, e voi li guardate beoti, delle due l’una:
- o la strega cattiva vi ha improvvisamente privati della conoscenza dell’inglese
- o il vostro interlocutore viene dalle periferie di Marte.
“Sorry?” gli direte voi. E loro giù con un’altra domanda, ancora più incomprensibile della prima. Al quarto sorry perdono la pazienza e vi mandano in quel posto, ma voi non capirete esattamente dov’è che vi hanno mandati.
Vi sconsiglio di ricorrere a un ulteriore sorry.
Gente a parte il paese offre degli scenari naturali davvero eclatanti, all’altezza delle aspettative più elevate. Ieri ho percorso in treno l’Arthur’s pass, che mette in comunicazione la costa est con quella ovest, valicando le Southern Alps - un tragitto di nove ore andata e ritorno.
Si dice che
trent’anni fa l’allora diciottenne P. Jackson, regista in erba, stesse percorrendo quella stessa tratta ferroviaria, leggendo per la prima volta “The Lord of the Rings” di Tolkien, quando di colpo ebbe un’illuminazione: la Terra di Mezzo era lì, era il suo paese, i paesaggi e le montagne descritte da Tolkien si trovavano tutte riunite nella sua isola e fuori del finestrino del treno, e avrebbe speso gli anni a venire nel tentativo di ricreare in un contesto tutto neozelandese la grande narrazione che stava leggendo. Sappiamo quale e’ stato il risultato.
Le montagne che avevo intorno mi erano familiari: il treno percorreva lentamente la vallata di Rohan, dove nel film è stato ricreato il villaggio di Edolas: una piana alluvionale, e alte cime innevate tutto attorno.
Nessuna traccia della presenza dell’uomo. Qui la natura non è costretta, come da noi, a domandare all’uomo il permesso di esistere, a prostituirsi in parchi naturali e riserve protette per non essere definitivamente soffocata dalla mano gentile dell’umanizzazione: al contrario, la natura torna elemento primo in tutte le direzioni, e l’uomo vi si insedia di tanto in tanto con l’audacia di un pioniere (i villaggi lungo la ferrovia), ma restando dipendente dall’arbitrio di un ambiente selvaggio e imprevedibile, che può inghiottirlo da un momento all’altro come fa con tutti gli altri esseri.


Gente a parte il paese offre degli scenari naturali davvero eclatanti, all’altezza delle aspettative più elevate. Ieri ho percorso in treno l’Arthur’s pass, che mette in comunicazione la costa est con quella ovest, valicando le Southern Alps - un tragitto di nove ore andata e ritorno.
Nessuna traccia della presenza dell’uomo. Qui la natura non è costretta, come da noi, a domandare all’uomo il permesso di esistere, a prostituirsi in parchi naturali e riserve protette per non essere definitivamente soffocata dalla mano gentile dell’umanizzazione: al contrario, la natura torna elemento primo in tutte le direzioni, e l’uomo vi si insedia di tanto in tanto con l’audacia di un pioniere (i villaggi lungo la ferrovia), ma restando dipendente dall’arbitrio di un ambiente selvaggio e imprevedibile, che può inghiottirlo da un momento all’altro come fa con tutti gli altri esseri.