venerdì 8 maggio 2009

THE PACIFIC RIM

Eccoci finalmente sulla Riviera del Pacifico.
La curiosità di affacciarmi ancora una volta sull’abisso dell’Oceano più grande, la culla dell’umanità del Tremila, il bacino della promiscuità dei popoli. Non un Mare nostrum, ma un Mare alienum, sul quale si protendono e nel quale circolano genti a noi estranee, che forgiano nuove modalità di vita senza chiedere a noi Europei come la pensiamo. Le possibilità di incontri e scontri di civiltà nascono da come l’uomo guarda il mare.
Omero contempla il mediterraneo come fosse vino. “Epì òinopa pònton”, sul mare-color-del-vino viaggia Odisseo, mare che lo allontana e lo avvicina, ma che non è mai più esteso dell’esistenza di un uomo. Sulle opposte rive stanno diverse genti, ma una stessa civiltà le unisce e le fa parlare lo stesso idioma.
Mentre le Indie furono terra di commercio, l’America sapeva di fughe e conquiste. L’Atlantico divenne la nuova casa per il superuomo del rinascimento, nato dalla violazione delle colonne d’Ercole. L’Atlantico divenne invece luogo di nostalgia per i neri d’Africa deportati di là dal mare.
L’oceano Indiano è anch’esso spezie e commerci, solcato da europei, arabi e cinesi, universo gravitante intorno al grembo di Madre India.
Ma il Pacifico? Cos’è il Pacifico? Cosa rappresenta per le sue genti? Quali sono i tratti comuni dei suoi popoli? Con che sentimento un australiano guarda il suo mare?
Mi sembra, innanzitutto, un mare dell’altrove. Non si sa esattamente che cosa o chi ci sia sull’altra sponda. Eccezion fatta per i profughi e gli emigranti, in prevalenza asiatici – questi ultimi sanno che di là del mare ci sono le origini e la storia, mentre ad est c’è il mondo moderno, la civiltà comoda e la meta-storia (inversione geografica del rapporto europa-america), in generale non si guarda alla sponda opposta con sentimento né con attrazione. Le distanze geografiche e culturali tra le due rive sono tali e tante, che non consentono autentica comunicazione, eccettuato l’interscambio culturale cinese, coreano e giapponese nel triangolo Far East-Australia-Nordamerica.
Un australiano “doc” quando vede il suo mare non pensa a chi sta al di là, ma forse se le onde sono abbastanza alte per fare surf. Così come un californiano.
SYDNEY



La domenica, non c’è miglior modo di conoscere la città vecchia che fare due passi per “the rocks”, il quartiere storico sotto l’enorme Harbour Bridge, con le sue case dalla facciata settecento inglese, i ciclisti, gli hippies con i chopper, i pub, i gabbiani, le coppie omosessuali per mano, i runners con l’ipod al braccio, gli hotel boutique, i finiti aborigeni che suonano il Dudgeridoo dipinti di calce, i coreani che si fotografano con gli sfondi marini (loro sì, nostalgici di casa) e con l’immancabile view del Sydney opera house di fianco sul fondo. Sydney città di moli e di gabbiani e vita elegante e rilassata, non dissimile da San Francisco, Vancouver, Hong Kong, Valparaiso.
Prolungo il giro costeggiando il Circular Quay, superba insenatura, e facendo tappa al mio personale santuario australiano, il Botanic Garden.
Quando passeggio tra i viali verdi di questa foresta addomesticata, mi sembra di provare lo stesso stupore di Darwin nei Diari del Beagle (1838), estasiato di fronte al dispiegarsi della flora e della fauna di un continente nuovo, universo vergine in attesa di classificazione, centinaia di specie nuove non ricomprese nelle categorie di Linneo.
Gli alberi assumono forme impreviste, gli uccelli tropicali vengono a cibarsi dalle mani dei turisti (i pappagalli bianchi, quelli rossi e il curioso ibis australiano, spazzino di immondizie cittadine; le volpi volanti, mostruosi pipistrelli attivi in pieno giorno, di cui nessuno si spaventa).




LA TERRA DELL'ULTIMO UOMO



In questa città, scenario fantastico, si annida il cuore di tenebra di una comunità mafiosa e prepotente. Nelle due giornate successive, per lavoro, mi imbatto in loschi figuri, purtroppo molti dei quali italiani, che mi svelano la triste realtà di quali imbrogli e bassezze servano per arrivare a godere dei privilegi di questa comunità eletta. La storia ha portato qui uomini reietti, uomini di frontiera, e il livellamento borghese a un tenore di vita alto non può cancellare le origini ignobili di parte di questi colonizzatori.

Due giorni di business qui mi fanno torcere lo stomaco. In tutto il mondo la filosofia del salesman è quella di sacrificare la propria libertà e accettare il marcio per arrivare a godere di privilegi, status e vita buona, ma qui si tocca un livello infimo e rivoltante di mancanza di altri stimoli.
E’ l’incontro di persona con l’Ultimo Uomo di Fukuyama, il fascio di bisogni (Maslow), oggetto privilegiato del marketing e della vendita, essere descrivibile come la sommatoria di istinti e desideri tendente al soddisfacimento costante di questi ultimi.
La piramide di Maslow è prescrittiva, non descrittiva. Nell’uso ideologico che viene fatto di questa obsoleta metafora, si arriva a imporre una visione dell’uomo, anziché descrivere uno stato di cose. L’uomo che vive nel suo “particolare”, il cittadino del nuovo villaggio globale, è colui al quale non importa nulla della verità della propria esistenza, ma solo della qualità della vita e del comfort – accompagnato all’entertainment. L’entertainment è la traduzione contemporanea del divértissement di Pascal.
Solo che il mondo di oggi ha eretto il divertimento a dimensione universale e globale, a industria organizzata. La tecnologia si basa sul primario bisogno di divertirsi. Il primato estetico può universalizzarsi facilmente grazie alla tecnologia globale. La teoria del villaggio globale trova nella trasversalità della metacultura capitalistica la conferma che l’uomo è uguale ad ogni latitudine.
Se l’uomo è ovunque un fascio di bisogni e desideri (leggasi: se la Ferrari è un mito per gli uomini di tutto il mondo), ciò significa che la pratica e il sapere globale devono basarsi su ciò che è comune, ossia il soddisfacimento di ciò che innanzitutto e per lo più viene richiesto: casa, cibo, sesso, potere.
E la politica? Su cosa deve basarsi la politica? Anch’essa su ciò che sta alla base della piramide? La forma di governo che meglio si addice all’Ultimo Uomo è una finta democrazia in cui il pensiero è unitario e le forme di soddisfacimento sono tante quante i soggetti economici in gioco.
Una dittatura illuminata e ispirata al capitalismo transnazionale può, del resto, servire alla bisogna altrettanto bene che una democrazia storica di stampo americano o francese.
Il problema non è la forma di governo – se tutte le forme di governo sono pervase della stessa non-ideologia di fondo – bensì la possibilità o meno dell’alternativa in sede al sistema, ossia l’ammissibilità e la tollerabilità di un discorso critico nei confronti del grande freddo delle democrazie liberali, e – a maggior ragione – l’esistenza di un humus sociale e istituzionale in grado di far nascere e coltivare il pensiero dissenziente e la comunità critica.
Dubito che internet e le communities servano a mantenere viva la fiamma, non solo perché si basano sugli stessi strumenti tecnologici che stanno alla base del pensiero del capitale globale (non vi è niente di male nelle tecnologie della comunicazione, e gli sparuti epigoni del pensiero critico hanno già fatto propria la rete per mancanza di consensi altrove), ma perché nel magma dell’enunciato-in-rete la persona che ne è l’autore per così dire scompare, assorbita dal concetto globale. Lo sviluppo della comunicazione autentica, personalizzata, esige un contatto diretto, fisico, tra gli autori e i destinatari dei messaggi. Una stretta di mano, una carezza, magari un bacio. Anche una telefonata è troppo poco. Oggi bisogna riuscire a incontrarsi di nuovo, uscire insieme, stare insieme, smascherare l’insidia delle nuove solitudini, non aderire al soliloquio della rete, che è come un incendio generale al quale andiamo aggiungendo la fiamma della nostra anima per mantenerlo vivo e sentirci vivi a nostra volta.
Il network è inevitabile, ma occorre saperne i limiti prima di entrarvi e non aderirvi incondizionatamente.
Se il business corre a velocità dieci, la cultura deve correre a velocità cento se vogliamo restare vivi.
Il business globale si incardina sulla base della piramide dei bisogni. La base è cross-cultural e comune agli uomini di tutto il pianeta. Quindi, una dottrina o un’azione di business globale avrà immediatamente applicazione a 360 gradi nel mondo, se debitamente aggiustata.
Viceversa, la cultura è specifica dei popoli e degli uomini, rappresenta l’elevazione dal generale verso il particolare e verso l’incomunicabile. In quanto tale, appena elaboriamo un concetto occorre saperlo tradurre e adattare in molte lingue, esso così com’è è inadatto alla trasmissione trasversale.
Se internet favorisce la messa in rete dei concetti, e quindi è sperabile che alcuni individui sparsi qua e là possano comunicarsi, agganciarsi e stringere la propria conoscenza, è tuttavia necessario che la cultura globale si basi sulla pazienza e sui concetti più universali.
La filosofia del terzo millennio è più simile alla scienza e al business di quanto non lo fosse in precedenza. Il linguaggio è il suo tema principe, all’inizio, ma dal linguaggio essa dovrà migrare inevitabilmente in altri campi. A differenza dell’ambito scientifico, tuttavia, essa dovrà prendere per mano l’uomo spersonalizzato e permettergli di individuarsi al tempo stesso in cui parla per “universali”. Superando un universale dopo l’altro, essa dovrà arricchire la comunicazione illustrando kantianamente per ogni enunciato le possibilità a priori di estenderne la validità, ma al tempo stesso dovrà indicare qual è il nesso necessario nello sviluppo dai concetti agli individui e viceversa.
Se il business esprime un’idea, la filosofia deve esprimerne dieci.
Se per il business un governo spende dieci, per l’istruzione e la ricerca deve spendere cento.
Non sto parlando dell’impiego di denaro pubblico, ma della suddivisione e dell’applicazione delle energie disponibili e delle menti più vivaci. Fintantoché il business assorbe il pensiero di una nazione (che può venire misurato-quantificato), non c’è modo di impedire che si generino schiere di Ultimi Uomini. Il problema di un governo deve essere quello di sostenere la crescita destinando la maggior parte dell’interesse alla ricerca, oggi sproporzionatamente in minorità, e scoraggiando lo spreco di risorse.
Il motivo di questo l’ho già spiegato. Aderendo alla sfera dei bisogni immediati dell’individuo, il business non deve sforzarsi troppo per universalizzare la propria applicabilità in quanto esso può parlare per icone e per simboli semplici e globali, riconoscibili ovunque. Il brand è brand ovunque. Non esistono “brand” di concetto, perché il concetto non è sostenuto dalla comunicazione pubblicitaria. Esistono solo brand di cose e di esperienze. Talmente concettuali, ormai, da non distinguersi più dalle idee platoniche ma – a differenza di queste ultime – supportati da miliardi spesi in comunicazione, e perciò efficaci.
Si può veramente affermare che c’è oggi più dinamismo, innovazione, ideazione e spregiudicatezza nel business di quanta non ce ne sia nella cultura. Ecco perché moltiplichiamo le solitudini e segreghiamo i due ambiti a universi paralleli e in comunicanti.
Però sono convinto che il business senza cultura è solo commercio, mentre la cultura senza “impresa” è museo. L’ideazione abbraccia entrambi gli ambiti e travalica potenzialmente dall’uno all’altro.

Dopo i due giorni di business a Sydney, me ne vado con un sospiro di sollievo. Prima di partire, scuoto la polvere dai sandali come Gesù insegnò a fare agli apostoli nella città idolatra. Maledico questa città e tutti i finti paradisi dell’Ultimo Uomo.