venerdì 31 dicembre 2010

LETTERA A FRANCESCO VETTORI

Magnifico ambasciatore. «Tarde non furon mai grazie divine». Dico questo, perché mi pareva aver perduta no, ma smarrita la grazia vostra, sendo stato voi assai tempo senza scrivermi; ed ero dubbio donde potessi nascere la cagione. E di tutte quelle che mi venivono nella mente tenevo poco conto, salvo che di quella quando io dubitavo non vi avessi ritirato da scrivermi, perché vi fussi suto scritto che io non fussi buono massaio delle vostre lettere; ed io sapevo che, da Filippo e Pagolo in fuora, altri per mio conto non l'aveva viste. Honne riauto per l'ultima vostra de' 23 del passato, dove io resto contentissimo vedere quanto ordinatamente e quietamente voi esercitate cotesto offizio publico; ed io vi conforto a seguire così, perché chi lascia e sua commodi per li commodi d'altri, sol perde e sua, e di quelli non li è saputo grado. E poiché la fortuna vuol fare ogni cosa, ella si vuole lasciarla fare, stare quieto e non le dare briga e aspettar tempo che la lasci fare qualche cosa agli uomini; e allora starà bene a voi durare più fatica, vegghiare più le cose, e a me partirmi di villa e dire: eccomi. Non posso per tanto, volendo rendere pari grazie, dirvi in questa mia lettera altro che qual sia la vita mia; e se voi giudicate che sia a barattarla con la vostra, io sarò mutarla. Io mi sto in villa; e poi che seguirno quelli miei ultimi casi, non sono stato, ad accozzarli tutti, venti dí a Firenze. Ho infino a qui uccellato a' tordi di mia mano. Levavomi innanzi dí, impaniavo, andavone oltre con un fascio di gabbie addosso, che parevo el Geta quando e' tornava dal porto con e libri d'Amphitrione; pigliavo el meno dua, el più sei tordi. E cosí stetti tutto settembre. Di poi questo badalucco, ancora che dispettoso e strano, è mancato con mio dispiacere: e qual la vita mia vi dirò. Io mi lievo la mattina con el sole, e vommene in uno mio bosco che io fo tagliare, dove sto dua ore a rivedere l'opere del giorno passato e a passar tempo con quegli tagliatori, che hanno sempre qualche sciagura alle mane o fra loro o co' vicini. E circa questo bosco io vi arei a dire mille belle cose che mi sono intervenute, e con Frosino da Panzano e con li altri che voleano di queste legne. E Frosino in spezie mandò per certe cataste senza dirmi nulla; e al pagamento, mi voleva rattenere dieci lire, che dice aveva avere da me quattro anni sono, che mi vinse a cricca in casa Antonio Guicciardini. Io cominciai a fare el diavolo: volevo accusare el vetturale, che vi era ito per esse, per ladro. Tandem Giovanni Machiavelli v'entrò di mezzo, e ci pose d'accordo.Batista Guicciardini, Filippo Ginori, Tommaso del Bene e certi altri cittadini, quando quella tramontana soffiava, ognuno me ne prese una catasta. Io promessi a tutti; e manda' ne una a Tommaso, la quale tornò in Firenze per metà, perché a rizzarla vi era lui, la moglie, la fante, e figliuoli, che pareno el Gabburra quando el giovedí con quelli suoi garzoni bastona un bue. Di modo che, veduto in chi era guadagno, ho detto agli altri che io non ho più legne; e tutti ne hanno fatto capo grosso, e in spezie Batista, che connumera questa tra l'altre sciagure di Prato. Partitomi del bosco, io me ne vo a una fonte, e di quivi in un mio uccellare. Ho un libro sotto, o Dante o Petrarca, o un di questi poeti minori, come Tibullo, Ovidio e simili: leggo quelle loro amorose passioni, e quelli loro amori ricordomi de' mia: godomi un pezzo in questo pensiero. Transferiscomi poi in su la strada, nell'osteria; parlo con quelli che passono, dimando delle nuove de' paesi loro, intendo varie cose, e noto varii gusti e diverse fantasie d'uomini. Vienne in questo mentre l'ora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi che questa povera villa e paululo patrimonio comporta. Mangiato che ho, ritorno nell'osteria: quivi è l'oste, per l'ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m'ingaglioffo per tutto dí giuocando a cricca, a tricche.trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole ingiuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí, rinvolto entra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi. Venuta la sera, mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio; e in su l'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto i panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia; sdimentico ogni affanno, non temo la povertà; non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro. E, perché Dante dice che non fa scienza sanza lo ritenere lo avere inteso, io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto uno opuscolo De principatibus; dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subietto, disputando che cosa è principato, di quale spezie sono, come e' si acquistono, come e' si mantengono, perché e' si perdono. E se vi piacque mai alcuno mio ghiribizzo, questo non vi doverrebbe dispiacere; e a un principe, e massime a un principe nuovo, doverrebbe essere accetto: però io lo indirizzo alla magnificenza di Giuliano. Filippo Casavecchia l'ho visto; vi potrà ragguagliare in parte e della cosa in sé e de' ragionamenti ho auto seco, ancor che tutta volta io l'ingrasso e ripulisco. Voi vorresti, magnifico ambasciatore, che io lasciassi questa vita e venissi a godere con voi la vostra. Io lo farò in ogni modo; ma quello che mi tenta ora è certe mia faccende, che fra sei settimane l'arò fatte. Quello che mi fa stare dubbio è, che sono costí quelli Soderini, e quali io sarei forzato, venendo costí, vicitarli e parlar loro. Dubiterei che alla tornata mia io non credessi scavalcare a casa, e scavalcassi nel Bargiello; perché ancora che questo stato abbia grandissimi fondamenti e gran securità, tamen egli è nuovo, e per questo sospettoso; né ci manca de' saccenti, che per parere, come Pagolo Bertini, metterebbono altri a scotto, e lascerebbono el pensiero a me. Pregovi mi solviate questa paura, e poi verrò infra el tempo detto a trovarvi a ogni modo. Io ho ragionato con Filippo di questo mio opuscolo, se gli era ben darlo o non lo dare e, sendo ben darlo, se gli era bene che io lo portassi o che io ve lo mandassi. El non lo dare mi faceva dubitare che da Giuliano e' non fussi, non ch'altro letto, e che questo Ardinghelli si facessi onore di questa ultima mia fatica. El darlo mi faceva la necessità che mi caccia, perché io mi logoro, e lungo tempo non posso star cosí che io non diventi in povertà contennendo, appresso al desiderio arei che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perché, se poi io non me gli guadagnassi, io mi dorrei di me; e per questa cosa, quando la fussi letta, si vedrebbe che quindici anni che io sono stato a studio all'arte dello stato, non gli ho né dormiti né giuocati; e doverrebbe ciascheduno aver caro servirsi d'uno che alle spese d'altri fussi pieno di esperienza. E della fede mia non si doverrebbe dubitare, percé, avendo sempre osservato la fede, io non debbo imparare ora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatré anni, che io ho, non debbe potere mutare natura; e della fede e bontà mia ne è testimonio la povertà mia. Desidererei adunque che voi ancora mi scrivessi quello che sopra questa materia vi paia. E a voi mi raccomando. Sis felix. Die 10 Decembris 1513.
NICCOLÒ MACHIAVELLI in Firenze

BETTER CITY, BETTER LIFE

SHANGHAI-Trovandomi da queste parti, ieri sera ho potuto assistere al formidabile spettacolo dell’Inaugurazione del World Expo 2010 , la tanto annunciata esposizione mondiale che si terrà a Shanghai dal primo maggio alla fine di ottobre ’10.

Venti minuti di scoscio di fuochi d’artificio sul fiume, una cascata di luci che scende dallo Yapu Bridge, le barche con le bandiere che veleggiano sull’acqua, le danze… tutto in una coreografia maestosa e ipertecnologica, da lasciare a bocca aperta.

Di questa esposizione si è parlato molto. Si tratta senza ombra di dubbio della risposta campanilistica di Shanghai al successo dei giochi olimpici di Beijing di due anni fa; Shanghai, polo economico e finanziario della Terra di Mezzo, vuole ribadire il proprio primato e mostrare anche essa al mondo ciò che è e ciò di cui è capace.
Dalla prospettiva della municipalità di Shanghai, si tratta di un’opportunità irrepetibile per migliorare alcuni dei suoi caratteristici e atavici vizi: inquinamento, sporcizia, traffico, disordine ecc.; e veramente devo dire che un grosso sforzo c’è stato. Al di là delle parate, Shanghai, dove ho sempre visto gente che sputava per strada, fumava dappertutto, auto vecchie e scassate guidate da autisti pazzi a intasare le strade e altre amenità simili, ora si è un po’ rimessa a nuovo, e mi capita di notare in giro oggetti prima inconcepibili come cestini per la raccolta differenziata, esche per derattizzazione, posacenere e cartelli con divieti di fumo in luoghi pubblici (!), misura questa introdotta a partire da Marzo.
Questo porterà veramente a una better city – better life? Non lo saprei dire.

Però merita considerare che cosa sta alla base di questa manifestazione per capire dov’è che il governo cinese sta investendo e quali risultati conta di ottenere.

Dietro alle colossali parate di Pechino prima e di Shanghai oggi – eventi che sono costati cari alle casse del paese - si cela l’intenzione da parte del potere centrale di comunicare un messaggio chiaro alla Cina e al mondo.

Il messaggio delle olimpiadi, nonché titolo della sigla ufficiale dell’evento, era: Beijing wai yin ni (Beijing welcomes you). La Cina dimostra al mondo la propria capacità di ospitare e di accogliere persone da tutto il mondo, perché l’ospitalità è nella sua cultura millenaria e sempre attuale. Questo, in sostanza, il messaggio delle olimpiadi.
Il pregiudizio occidentale che la Cina voleva smentire, in questo caso, è la convinzione che la Cina sia un posto strano con gente strana, fuori dal mondo, dove gli stranieri si sentono spaesati. Insomma, un paese isolato dal resto del mondo e ancora arretrato a livello storico. Credo che con le olimpiadi i cinesi siano riusciti a dimostrare perfettamente che sanno essere all’avanguardia e sanno far sentire ben accolto e a casa loro chiunque. Quanto ci sia di vero e quanto di ideologico non è dato di saperlo, ma l’effetto positivo di immagine c’è stato.

Qui a Shanghai, lo slogan è better city, better life.

Se l’auspicio è quello di una città più pulita ed efficiente per una vita migliore, ciò significa implicitamente che fino ad ora la città doveva essere caotica e puzzolente e la vita così e così.
Al livello nazionale e considerando la Cina nel suo insieme, è innegabile che questo paese abbia un’immagine internazionale assai negativa per quanto riguarda le politiche ambientali e la sostenibilità ecologica.
Per decenni sfruttata dalle superpotenze come “fabbrica del mondo”, al fine di ottenere, grazie al made in china, i prezzi più bassi possibili su ogni genere di prodotto per le tasche degli americani, degli europei e degli altri asiatici, oggi la Cina si è resa conto (dialettica servo-padrone hegelo-marxiana) di avere raggiunto i vertici della potenza internazionale grazie alla dipendenza da essa del resto del mondo, a livello produttivo, finanziario ecc.
E mentre la casta politica comunista, non democratica ma certamente prudente e illuminata a livello politico, rivolge progressivamente gli introiti della crescita sulla popolazione cinese sfornando centinaia di milioni di nuovi piccoli borghesi ogni anno, e aumentando esponenzialmente il PIL della nazione grazie ai consumi interni, purtroppo la questione ambientale rimane in sospeso e di difficile risoluzione.

La Cina non ha aderito al protocollo di Kyoto, ha fatto saltare l’intesa di Copenhagen, e di fatto si oppone ad ogni misura restrittiva sulle emissioni di CO2 voluta da paesi industrializzati e già fuori dalla fase di sviluppo; ciò con l’argomento, difficilmente confutabile, che i paesi che oggi pontificano sull’ambiente si sono arricchiti decenni addietro inquinando l’ambiente in modo sconsiderato e oggi vivono grazie alla produzione cinese – nonostante questo vorrebbero limitarne l’effetto nocivo sull’ambiente.

Dietro all’expo di Shanghai ci sta la volontà di ripulire non solo la città, ma anche la reputazione internazionale della Cina di principale inquinatore del mondo, grazie allo sforzo in direzione della green technology.

La Cina dopo questo expo avrà dimostrato al mondo che i problemi ecologici le stanno a cuore, ma ci sarà una vera soluzione a tali problemi?

Purtroppo, al di là delle misure sulle città più vivibili e sui comportamenti individuali – pure utili – la questione dell’inquinamento riguarda essenzialmente l’industria e l’industria pesante. E poiché l’industria produce in funzione della domanda, sia domestica che estera, e la domanda domestica è legata a una nazione giovane e in espansione, quindi non limitabile, ne risulta che un fattore cruciale è dato dalla domanda estera.

La domanda estera verso la Cina è attratta essenzialmente dalla competitività della produzione cinese in termini di prezzo per un sufficiente/idoneo livello di qualità. Il protezionismo delle nazioni si è andato ammollendo fino a scomparire. Quando abbiamo scoperto che il made in china ci faceva risparmiare soldi, alla fine il vantaggio dei consumatori ha prevalso sulle paure per la disoccupazione da concorrenza a basso costo (l’interesse di molti prevale sull’interesse di pochi) e così alcune aziende in europa e america hanno chiuso, molte si sono adeguate di conseguenza, accettando la logica della delocalizzazione di parte dei processi produttivi. Questa è storia.

In questa logica, però, dobbiamo inserire il fattore ecologico. Siamo votati alla catastrofe ideologica e solo gli sprovveduti non se ne sono accorti. Che fare a questo punto?

Io credo che il protezionismo improntato alla difesa dell’occupazione e dell’industria locale abbia fallito per un vizio di fondo, e cioè: alla fine ben venga la chiusura di alcune aziende se tutti possiamo risparmiare e stare meglio; inoltre, non è detto che l’industria debba scomparire, anzi, non scomparirà affatto se saprà adattarsi a questo processo nel migliore dei modi.

Tuttavia per fare sul serio qualcosa di buono per l’ecologia dovremmo considerare una sorta di dazio ecologico. Una sorta di auto-tassa volontaria che tutti i consumatori consapevoli del globo sono disposti a pagare sui prodotti acquistati, ricavata non in modo arbitrario, ma da un calcolo ben preciso con coefficienti fissati, che esprima l’impatto ambientale ed ecologico della produzione di tale merce calcolato a seconda dell’azienda produttrice e della tipologia di prodotto.

Così come ci sono attualmente le “classi” per le auto e per i frigoriferi in base alle emissioni, ci saranno delle “classi” per i vestiti, per il cibo, per gli oggetti quotidiani, a seconda di fattori come:
- La biodegradabilità
- I trasporti (chilometro zero)
- Le emissioni e il grado ecologico della azienda produttrice

Alcuni paesi fanno pagare delle tasse sugli imballaggi dei prodotti a seconda dell’incidenza sul totale e sul tipo di imballaggio utilizzato.
Attualmente, però, nono mi risulta che siano in atto politiche comunitarie o globali per vincolare il comportamento del consumatore a un effettivo riscontro economico.

Mettiamo che l’opzione di consumo “A” di un cittadino in un anno (inteso come costo di tutti i prodotti acquistati per sé e la sua famiglia) costi a lui Eur 25,000 (cA) e generi inquinamento traducibile in Eur 10,000 (iA) su scala globale, mentre l’opzione di consumo “B” costa al cittadino Euro 28,000 (cB) e genera inquinamento per Eur 3,000 (iB). In questo caso, l’opzione A avrà un costo complessivo di Eur 35,000 contro i 31,000 dell’opzione B.
Dunque nel caso in cui (cA + iA) › (iB+cB) , al governo converrebbe incentivare l’opzione B riversando parte del risparmio a vantaggio del cittadino. In questo caso per essere efficace nella scelta la cifra del rimborso deve essere compresa tra cB-cA e (cA + iA) - (iB+cB), quindi deve variare tra 3,000 e 4,000 euro.

la mancanza di politiche di questo genere è ascrivibile all'assenza di una governance globale transnazionale. Le singole nazioni non hanno vantaggio a incentivare comportamenti d'acquisto con ricadute positive a livello globale.
(continua)

PLATONE E IL FITNESS

E non venitemi a dire che il platonismo è morto e sepolto. La vita che si adatta all’ideale, tanto invisa a Nietzsche, la morale a cui deve adeguarsi l’istinto, la forma che plasma la materia… saremmo alla fine di tutto ciò?
Un tempo il platonismo si esprimeva così: dai forma alla materia!
Oggi l’imperativo categorico è:
shape your body!
Mi spiegate dove sta la differenza? Non si tratta sempre di un adeguare il reale – in questo caso, cellulitiche trippaglie adipose – all’ideale – avvenenti e longilinee modelle? Il dualismo grasso-magro e il rifiuto suicida della materia, padre dell’anoressia, non è forse paragonabile all’ascesi monastica? E la trasformazione della corporeità, in cui la condizione di partenza è sempre e solo quella presente e il dualismo dei poli significa solo l’alternativa tra accrescersi o diminuire, in forma ideale e assolutizzazione di uno dei poli, come va interpretata?
Ricerca di perfezione, di assoluto, di bellezza, di accettazione (non esiste idea di sé che non passi dal riconoscimento da parte altrui, come non esiste propria immagine senza uno specchio), forse desiderio di sfuggire alla morte del corpo tramite autoimmolazione.