SHANGHAI-Trovandomi da queste parti, ieri sera ho potuto assistere al formidabile spettacolo dell’Inaugurazione del World Expo 2010 , la tanto annunciata esposizione mondiale che si terrà a Shanghai dal primo maggio alla fine di ottobre ’10.
Venti minuti di scoscio di fuochi d’artificio sul fiume, una cascata di luci che scende dallo Yapu Bridge, le barche con le bandiere che veleggiano sull’acqua, le danze… tutto in una coreografia maestosa e ipertecnologica, da lasciare a bocca aperta.
Di questa esposizione si è parlato molto. Si tratta senza ombra di dubbio della risposta campanilistica di Shanghai al successo dei giochi olimpici di Beijing di due anni fa; Shanghai, polo economico e finanziario della Terra di Mezzo, vuole ribadire il proprio primato e mostrare anche essa al mondo ciò che è e ciò di cui è capace.
Dalla prospettiva della municipalità di Shanghai, si tratta di un’opportunità irrepetibile per migliorare alcuni dei suoi caratteristici e atavici vizi: inquinamento, sporcizia, traffico, disordine ecc.; e veramente devo dire che un grosso sforzo c’è stato. Al di là delle parate, Shanghai, dove ho sempre visto gente che sputava per strada, fumava dappertutto, auto vecchie e scassate guidate da autisti pazzi a intasare le strade e altre amenità simili, ora si è un po’ rimessa a nuovo, e mi capita di notare in giro oggetti prima inconcepibili come cestini per la raccolta differenziata, esche per derattizzazione, posacenere e cartelli con divieti di fumo in luoghi pubblici (!), misura questa introdotta a partire da Marzo.
Questo porterà veramente a una better city – better life? Non lo saprei dire.
Però merita considerare che cosa sta alla base di questa manifestazione per capire dov’è che il governo cinese sta investendo e quali risultati conta di ottenere.
Dietro alle colossali parate di Pechino prima e di Shanghai oggi – eventi che sono costati cari alle casse del paese - si cela l’intenzione da parte del potere centrale di comunicare un messaggio chiaro alla Cina e al mondo.
Il messaggio delle olimpiadi, nonché titolo della sigla ufficiale dell’evento, era: Beijing wai yin ni (Beijing welcomes you). La Cina dimostra al mondo la propria capacità di ospitare e di accogliere persone da tutto il mondo, perché l’ospitalità è nella sua cultura millenaria e sempre attuale. Questo, in sostanza, il messaggio delle olimpiadi.
Il pregiudizio occidentale che la Cina voleva smentire, in questo caso, è la convinzione che la Cina sia un posto strano con gente strana, fuori dal mondo, dove gli stranieri si sentono spaesati. Insomma, un paese isolato dal resto del mondo e ancora arretrato a livello storico. Credo che con le olimpiadi i cinesi siano riusciti a dimostrare perfettamente che sanno essere all’avanguardia e sanno far sentire ben accolto e a casa loro chiunque. Quanto ci sia di vero e quanto di ideologico non è dato di saperlo, ma l’effetto positivo di immagine c’è stato.
Qui a Shanghai, lo slogan è better city, better life.
Se l’auspicio è quello di una città più pulita ed efficiente per una vita migliore, ciò significa implicitamente che fino ad ora la città doveva essere caotica e puzzolente e la vita così e così.
Al livello nazionale e considerando la Cina nel suo insieme, è innegabile che questo paese abbia un’immagine internazionale assai negativa per quanto riguarda le politiche ambientali e la sostenibilità ecologica.
Per decenni sfruttata dalle superpotenze come “fabbrica del mondo”, al fine di ottenere, grazie al made in china, i prezzi più bassi possibili su ogni genere di prodotto per le tasche degli americani, degli europei e degli altri asiatici, oggi la Cina si è resa conto (dialettica servo-padrone hegelo-marxiana) di avere raggiunto i vertici della potenza internazionale grazie alla dipendenza da essa del resto del mondo, a livello produttivo, finanziario ecc.
E mentre la casta politica comunista, non democratica ma certamente prudente e illuminata a livello politico, rivolge progressivamente gli introiti della crescita sulla popolazione cinese sfornando centinaia di milioni di nuovi piccoli borghesi ogni anno, e aumentando esponenzialmente il PIL della nazione grazie ai consumi interni, purtroppo la questione ambientale rimane in sospeso e di difficile risoluzione.
La Cina non ha aderito al protocollo di Kyoto, ha fatto saltare l’intesa di Copenhagen, e di fatto si oppone ad ogni misura restrittiva sulle emissioni di CO2 voluta da paesi industrializzati e già fuori dalla fase di sviluppo; ciò con l’argomento, difficilmente confutabile, che i paesi che oggi pontificano sull’ambiente si sono arricchiti decenni addietro inquinando l’ambiente in modo sconsiderato e oggi vivono grazie alla produzione cinese – nonostante questo vorrebbero limitarne l’effetto nocivo sull’ambiente.
Dietro all’expo di Shanghai ci sta la volontà di ripulire non solo la città, ma anche la reputazione internazionale della Cina di principale inquinatore del mondo, grazie allo sforzo in direzione della green technology.
La Cina dopo questo expo avrà dimostrato al mondo che i problemi ecologici le stanno a cuore, ma ci sarà una vera soluzione a tali problemi?
Purtroppo, al di là delle misure sulle città più vivibili e sui comportamenti individuali – pure utili – la questione dell’inquinamento riguarda essenzialmente l’industria e l’industria pesante. E poiché l’industria produce in funzione della domanda, sia domestica che estera, e la domanda domestica è legata a una nazione giovane e in espansione, quindi non limitabile, ne risulta che un fattore cruciale è dato dalla domanda estera.
La domanda estera verso la Cina è attratta essenzialmente dalla competitività della produzione cinese in termini di prezzo per un sufficiente/idoneo livello di qualità. Il protezionismo delle nazioni si è andato ammollendo fino a scomparire. Quando abbiamo scoperto che il made in china ci faceva risparmiare soldi, alla fine il vantaggio dei consumatori ha prevalso sulle paure per la disoccupazione da concorrenza a basso costo (l’interesse di molti prevale sull’interesse di pochi) e così alcune aziende in europa e america hanno chiuso, molte si sono adeguate di conseguenza, accettando la logica della delocalizzazione di parte dei processi produttivi. Questa è storia.
In questa logica, però, dobbiamo inserire il fattore ecologico. Siamo votati alla catastrofe ideologica e solo gli sprovveduti non se ne sono accorti. Che fare a questo punto?
Io credo che il protezionismo improntato alla difesa dell’occupazione e dell’industria locale abbia fallito per un vizio di fondo, e cioè: alla fine ben venga la chiusura di alcune aziende se tutti possiamo risparmiare e stare meglio; inoltre, non è detto che l’industria debba scomparire, anzi, non scomparirà affatto se saprà adattarsi a questo processo nel migliore dei modi.
Tuttavia per fare sul serio qualcosa di buono per l’ecologia dovremmo considerare una sorta di dazio ecologico. Una sorta di auto-tassa volontaria che tutti i consumatori consapevoli del globo sono disposti a pagare sui prodotti acquistati, ricavata non in modo arbitrario, ma da un calcolo ben preciso con coefficienti fissati, che esprima l’impatto ambientale ed ecologico della produzione di tale merce calcolato a seconda dell’azienda produttrice e della tipologia di prodotto.
Così come ci sono attualmente le “classi” per le auto e per i frigoriferi in base alle emissioni, ci saranno delle “classi” per i vestiti, per il cibo, per gli oggetti quotidiani, a seconda di fattori come:
- La biodegradabilità
- I trasporti (chilometro zero)
- Le emissioni e il grado ecologico della azienda produttrice
Alcuni paesi fanno pagare delle tasse sugli imballaggi dei prodotti a seconda dell’incidenza sul totale e sul tipo di imballaggio utilizzato.
Attualmente, però, nono mi risulta che siano in atto politiche comunitarie o globali per vincolare il comportamento del consumatore a un effettivo riscontro economico.
Mettiamo che l’opzione di consumo “A” di un cittadino in un anno (inteso come costo di tutti i prodotti acquistati per sé e la sua famiglia) costi a lui Eur 25,000 (cA) e generi inquinamento traducibile in Eur 10,000 (iA) su scala globale, mentre l’opzione di consumo “B” costa al cittadino Euro 28,000 (cB) e genera inquinamento per Eur 3,000 (iB). In questo caso, l’opzione A avrà un costo complessivo di Eur 35,000 contro i 31,000 dell’opzione B.
Dunque nel caso in cui (cA + iA) › (iB+cB) , al governo converrebbe incentivare l’opzione B riversando parte del risparmio a vantaggio del cittadino. In questo caso per essere efficace nella scelta la cifra del rimborso deve essere compresa tra cB-cA e (cA + iA) - (iB+cB), quindi deve variare tra 3,000 e 4,000 euro.
la mancanza di politiche di questo genere è ascrivibile all'assenza di una governance globale transnazionale. Le singole nazioni non hanno vantaggio a incentivare comportamenti d'acquisto con ricadute positive a livello globale.
(continua)