TEHRAN
Cuori velati e nasi piallati
E' bello provare il gusto del primo assaggio di un Paese mai visto prima. Come spesso succede, la prima e più veritiera immagine di una nazione la si ha al gate d'imbarco all'aeroporto di partenza. Stavolta parto da Francoforte, e approfitto della coincidenza lunga per sedermi in disparte un'ora prima dell'imbarco e osservare i passeggeri.
per prima cosa, sono quasi tutti iraniani. penso di essere l'unico europeo a prendere questo volo, a parte il personale di bordo dell'aereo. intorno a me si parla una lingua di cui non capisco nulla, dolce come il francese, con vocali strascicate melodicamente e gestualità mediterranea. mi colpiscono i tratti aspri, caucasici degli uomini e i lineamenti mediorientali delle donne, tutte vestite all'occidentale, nessuna velata, perfettamente truccate specie sugli occhi.
a bordo inizia una lunga negoziazione per via di una coppia di giovani iraniani che si e' accaparrata due posti a loro non assegnati tra cui il mio. con molta cortesia il sottoscritto e l'altra passeggera scambiamo la carta d'imbarco con la loro, ma occorre risistemare almeno quattro persone, il che richiede doti organizzative e l'intervento della hostess tedesca.
durante il pranzo mi colpisce notare che tutti, nessuno escluso, chiedono bevande alcoliche - vino o superalcolici - con la massima nonchalance e senza curarsi dell'approvazione altrui.
infine, un ultimo indizio che mi fa presagire che l'Iran mi riserverà' delle sorprese: quattro ore dopo il decollo, non appena il comandante annuncia l'imminente atterraggio a Teheran Imam Khomeini, tutte le signore e le signorine a bordo si precipitano a coprirsi le spalle e i capelli con il velo con la massima pudicizia possibile, pronte per il ritorno nella loro repubblica islamica.
l'aeroporto di Teheran e' moderno ma l'efficienza del personale lascia un po' a desiderare. dopo un'ora di attesa per il visto, coda per il controllo passaporti e coda per il recupero bagagli, vengo accolto da un autista mandato dai clienti e in un'ora di auto, sfrecciando per le vie di una città semivuota dato l'orario, mi deposita in hotel. nel tragitto ho l'impressione di una città enorme, caotica per i nostri standard, benché controllata e con un tentativo di regolazione e di ammodernamento che traspare ovunque, specie nelle piazze spaziose decorate con moschee monumentali, statue, palazzi e torri a fare da contrasto alla banalità delle costruzione popolari, palazzi da 8-10 piani.
il mattino successivo la luce abbagliante del sole filtra dagli scuri serrati in tela cerata, svegliandomi in un torpore confuso. scendo per colazione e una finestra sull'altro lato dell'hotel mi regala la prima emozione. altissima sopra gli ultimi grattacieli, una giogaia di monti brulli e severi, gialli, aspri e rocciosi in basso, più degradanti man mano che lo sguardo sale, fino a una cresta estrema che da qui appare altissima. a occhio e croce, il dislivello tra la piana su cui sorge Tehran e le ultime vette non deve essere inferiore a 2,500 metri. il che sommato con i 1,500 metri di quota della capitale iraniana nelle ultime terrazze significa che parliamo di cime di 4,000-5,000 metri. più' tardi scoprirò' che si tratta del massiccio dell'Alborz, estrema propaggine occidentale dell'Himalaya, la cui massima elevazione, il Damavand, manca di poco i seimila metri di altezza.
in fiera come in giro per la città', mi colpisce l'estrema affabilità' di questo popolo, i modi ospitali, il senso di accoglienza, il carattere caldo e più' che mediterraneo, i sorrisi di tutti, i profumi speziati da medio oriente, le migliaia di bimbi, alcuni minuscoli e neonati, scarrozzati con la massima tranquillità da madri e padri ignari delle più' elementari precauzioni igienico-sanitarie ecc. ecc. ma nondimeno vispi, sereni ed elettrici in mezzo a una folla immensa. e per non omettere nulla nella descrizione: mi colpisce pure il fascino magnetico degli sguardi delle donne iraniane, blandamente velate, con occhi nerissimi e intensi e un trucco pesante sul viso, dai lineamenti aggraziati…. forse un po' troppo per questa nazionalità'! eh già'! perché gli uomini hanno tratti caprini e nasi adunchi, e le donne hanno tutte un nasino alla francese con la punta all'insu'? qui gatta ci cova. con poca diplomazia rivolgo questa domanda a una ragazza del luogo dal naso normale. scopro che il settanta opre cento delle giovani iraniane ricorre tranquillamente all'aiuto di una scuola di bravissimi chirurghi estetici specializzati in rinoplastica, che per una cifra variabile tra i cinquemila e i ventimila euro fabbricano nasi bellissimi, alla francese, alla greca, all'inglese, come si vuole. la rinoplastica e' così' in che le giovani iraniane vanno in giro per mesi con il cerotto sul naso, per mostrare l'operazione come status symbol. le più' sfacciate e quelle con naso piccolo di natura collocano il cerotto anche senza essersi operate.. solo per essere più' fashion.
constato che i due modelli di naso che fanno più' tendenza sono lo stile alla francesina, con punta acuminata all'insu', e un bizzarro e innaturale modello a cucchiaio con la curva concava, grazioso ma un po' ostentato nella sua artificialita'. devo dire che dopo un po' ci si abitua , anche dato il numero di nasi rifatti, e si finisce per notare, anziché' questi capolavori di plastica, le malcapitate che per scelta o per insufficienti fondi sono rimaste con il loro bel naso adunco a farsi deridere dalle "moderne".
tra i posti che mi fanno frequentare durante il mio soggiorno, segnalo una bellissima zona collinare, appena a nord di tehran e a ridosso dei monti, dove, in una vallata che si spegne tra le rocce, un ruscello scende ripido per un'alta gola, affiancato parte per parte da costruzioni turistiche, ristoranti , terrazze ecc. raggiungibili attraverso una strada lastricata. mentre risaliamo la china, veniamo circondati da ambulanti, e non possiamo non sostare presso le baracche per turisti poste ai lati della strada, ricolme di frutta di vario tipo, ciliegie aspre essicate, fave, noci fresche tenute in acqua (simili a piccoli encefali in formaldeide): ci sono somari col basto ricolmo di legna o carbone, bambini che arrostiscono pannocchie sulla brace, cantastorie con i loro strumenti e un simpatico banchetto con alcuni pappagalli, due file di fogli di carta disposti in modo ordinato. mi spiegano che i pappagallini sono li' per estrarre l'oracolo. con una moneta mi compro il bonus per una "beccata". il foglietto mi viene tradotto dal farsi. Immancabilmente il senso e' questo: sono onesto e trasparente e avrò' successo nella vita. questo vale uno sguardo di simpatia al volatile, che in caso contrario avrei spennato li' sul posto…
confortato dalle parole dell'oracolo riprendo il cammino e raggiungo i compari per una piacevole serata.
la sera successiva sono ospite da Ali Kapoor, uno dei templi delle "notti brave" persiane per quanto brave tali notti possano essere.. Gia' club di avanspettacoli ai tempi dello Shah, Kapoor e' sopravvissuto alla rivoluzione dapprima reinventandosi come semplice ristorante, poi ritornando man mano a proporre spettacoli di musica dal vivo tradizionali e pittoreschi, ovviamente senza le danze che oggi sono proibite. nonostante il divieto e i controlli, questo club e' affollatissimo - e' necessaria la prenotazione giorni prima - e alle musiche e ai canti che le star locali eseguono, l'entusiasmo degli avventori e' tale che tutti, dai più' anziani ai bambini, si agitano, battono le mani, cantano, accompagnano con le braccia ecc.: e' un peccato che le danze non siano permesse, se no di sicuro questo sarebbe un locale da "ballo sui tavoli".
il senso di ospitalità' dei persiani verso gli stranieri e' tale che sul palcoscenico del locale campeggiano decine di bandiere nazionali. gli stranieri siamo io e un turco. il presentatore ci saluta pubblicamente, ci da il benvenuto, ci fa mettere la bandiera sui rispettivi tavoli, poi si lancia in uno sproloquio di cui ovviamente non comprendo nulla.
le musiche sono comunque molto suggestive, anche se al nostro orecchio risultano noiose dopo una mezz'ora - come la musica turca.
molto particolare e' invece l'esibizione di alcuni "darvish" ("ragazzi semplici", capelloni, hippies persiani) con particolari cembali di pelle tesa anche sui lati, dal diametro di sessanta-ottanta centimetri, che vengono percossi con le dita di entrambe le mani e fatti ruotare, lanciati in aria, ripresi in esibizioni di abilita', il cui suono e' ipnotico e la cui ricchezza ritmica tale che un assolo sembra il risultato di tre-quattro percussioni.
il clou canoro della serata e' l'esibizione di una vecchia guardia della canzone iraniana anni settanta, un Bobby Solo persiano, dalla giacca inverosimilmente stretta, i capelli orrendamente tinti di nero, la pelle del viso tirata come quella dei cembali, le dita inanellate d'oro, un metro e sessanta scarso, ma un vero e proprio idolo delle over quaranta.
di fronte ai gorgheggi tenorili del soggetto, alla sua gestualità' romantica, pulcinellesca e strappalacrime, le signore sembrano volersi strappare il velo dai capelli e languidamente ricordano gli anni della gioventù' (o della libertà', forse). per tutti gli altri e' solo un bravo istrione, ma il pathos e' totale, e la partecipazione e il clima si scaldano.
a mezzanotte in punto lo show ha termine, tutto il pubblico si riversa in strada e si dilunga in conversazioni, scherzi, sigarette, amenita'.
e' una serata un po' trash, ma di sicuro mi da il senso di una Tehran come doveva essere prima della rivoluzione, un mondo esotico, estetizzante, alla francese, una specie di Beirut più' orientale e godereccia.
sono passati ormai quattro giorni e inizio ad accusare i colpi di questo clima di parziale oppressione della libertà' individuale. certo, non e' come l'Arabia Saudita, ma anche qui ci sono le guardie religiose che sorvegliano e tengono tutto sott'occhio. un esempio: in fiera, mi volevano far togliere la cravatta in quanto presunto simbolo cristiano (attorno al collo e sul petto formerebbe un crocifisso).
non vedo l'ora di girare pagina e di tornare nell'Occidente, con un piccolo volo di un'ora che mi porterà' nella gaudente Baku.
mentre attendo in aeroporto, ultima immagine di questo mondo, ricordo le parole pronunciate poco fa da Netanyahu alle Nazioni Unite, il disegno della bomba che l'Iran starebbe completando con l'arricchimento dell'uranio e quello che mi hanno detto gli iraniani: non preoccupatevi, non abbiamo nessuna intenzione di arricchire l'uranio per farci la bomba atomica. come no? - chiedo. mi rispondono: la bomba ce l'abbiamo già'.. anzi decine, centinaia di bombe, quelle che abbiamo comprato dai russi dopo che hanno smantellato i loro arsenali. non abbiamo bisogno di farcene di nuove...
mi restano nel cuore, mentre il carrello del Boeing della Azal si alza dalla pista che ormai e' notte, l'immagine di una nazione che le sanzioni hanno reso potente e autonoma anziché' indebolire, gli occhi della gente di qui, curiosa e ospitale verso lo straniero nonostante non vengano ricambiati, la forza di un paese di ottanta milioni di persone di cui quaranta milioni di bambini, un passato enorme e meraviglioso di tremila anni di storia, il senso di una rivoluzione oscurantista e semplificative che ha mortificato in parte la grandezza e il cuore di questa gente, ma che non e' una cappa di cemento. amo pensare che un giorno il paese emergerà dal controllo e sara' libero di esprimere la propria anima millenaria, senza che quest'ultima, una volta toltosi di dosso il velo dell'integralismo anche parziale, venga immediatamente sedotta dalle sirene del capitalismo rapace globalizzato.
forse una via di pace si potrà' trovare se il folle Ahmadinejad, alla fine del suo secondo mandato che scadrà' tra qualche mese, verra' sostituito da un presidente più' illuminato e non troppo dipendente dal potere religioso degli Ayatollah. e' quello che mi auguro, per la grandezza di questo paese e la simpatia di questa gente meravigliosa.