martedì 28 aprile 2009

JAKARTA

La danza abbia inizio. Si comincia dal caos terzomondiale dell’Indonesia. Approdati a Jakarta dopo un interminabile volo Lufthansa via Singapore, i vestiti primaverili che ci si incollano addosso (35 °C), ci troviamo presto assorbiti nelle strade caotiche della grande capitale. I suoi venti milioni di indonesiani, esseri umani minuti e dai tratti sgraziati, provvisori ed esotici, la intasano a tutte le ore del giorno, scorrendo in interminabili fiumane di motorini e tricicli, auto giapponesi, biciclette; aggirando gli ostacoli e i semafori come l’acqua di un torrente in piena intorno ai massi. Le insegne in bahasa indonesia, un linguaggio scritto in caratteri latini e vagamente imparentato col nostro, sono falsi amici, perché ben poco vi si comprende a parte farmasi, ospitala, senter, plaza e poco altro. Per il resto si tratta di una lingua asiatica in tutto e per tutto. Jakarta ha grandi piazze e arterie imponenti e geometriche, una sorta di Parigi stracciona con i monumenti retorici e recenti di una capitale sovietica. Stupiscono, accanto a vaste aree di baracche lungo canali sudici, i complessi commerciali nuovi di zecca, costruiti come funghi negli ultimi dieci anni. I giavanesi li affollano. Mariti, mogli con due, tre o quattro figli per coppia, e per ciascun figlio una badante. Lussi impensabili per le nostre latitudini, ma possibili qui per questa gente, dato il costo irrisorio della manodopera a basso profilo. Appena un indonesiano si arricchisce, aspira naturalmente agli stessi agi padronali a cui è stato avvezzo per secoli grazie alle strutture di potere introdotte dai colonialisti europei. Un fenomeno simile a quello che ho già notato in Brasile: le donne di umile condizione, appena emerse dalla miseria grazie a un matrimonio ben piazzato, aspirano inevitabilmente alla colf, alla tata e alla vida boa che considereremmo appannaggio delle matrone più abbienti. Questo è inevitabile, dal momento che lo status signorile consiste non tanto nella ricchezza in sé, quanto nell’istituzione di un sistema di potere sugli altri – e il potere sugli altri non esiste senza riconoscimento, vale a dire poter mantenere una coorte di servi pronti a riverire il signore. In uno di questi centri commerciali, dopo aver passeggiato tra decine di boutique italiane dell’alta moda, entriamo in un appariscente supermercato dall’aria raffinata e internazionale. Il titolare del negozio si dimostra molto gentile con noi, trattandoci come ospiti. Proprio in quanto ospiti, ci offre la cosa più preziosa che possa darci: è un caffè speciale, il Kopi Luak. Speciale perché – lo dimostra il prezzo per confezione (80 Euro per duecento grammi) – viene ottenuto in modo del tutto particolare. Mentre io sorseggio un normale espresso ascoltando la spiegazione sulla storia del caffè Kopi Luak, Adriana ha già la sua tazza di Kopi in mano, l’annusa, la porta alla bocca e lo assapora con voluttà. Non ho animo di interromperla per dirle che cosa terribile, nel frattempo, ho saputo del caffè Kopi, e la lascio finire in pace. Dovete sapere che il caffè Kopi non viene prodotto direttamente dal chicco di caffè torrefatto, ma grazie al piccolo aiuto di un animale selvatico… il quale fa la torrefazione a modo suo. Cercando ben bene nella foresta tropicale, troverete gli escrementi del Luak, un grosso roditore simile a un tapiro, che si nutre di bacche di caffè. Tali escrementi, una volta seccati, hanno un profumo di caffè muschiato che piace molto agli indonesiani, i quali li mettono in una sorta di cialda e ne filtrano l’omonima bevanda. Che fare? Adriana dice che è buono… Non mi resta altro da fare che fare buon viso a cattivo gioco, e buttarlo giù tutto d’un sorso e senza zucchero, per assaporare al meglio l’aroma muschiato. Beh, ovviamente non posso tenere la mia consorte all’oscuro di questa storia, quindi le racconto tutto, provocando una reazione di disgusto immediato.