sabato 21 gennaio 2012

LUANDA

Esco cauto dalla hall dell’albergo coloniale. Le porte automatiche si chiudono alle mie spalle sigillando un pezzo della vecchia Europa, ribadendo il confine tra i Tropici reali e un salotto di visitatori a loro agio nell’aria condizionata.
Fuori, un vecchio in ozio, una mano sul ginocchio e il piede appoggiato su un jersey di cemento.
Il porto di Luanda è indolente e placido. Vive di vita sua propria, con momenti di traffico e gente in giro, la maggior parte, in verità, fermi ad aspettare qualcosa o qualcuno. Le navi ormeggiate hanno chiglie arancioni di ruggine, resti di vernice scrostata, cumuli di container in cima.
Non aspettatevi un paesaggio da lungomare cubano.
Sulla strada litoranea i SUV 4x4 delle migliori marche sfrecciano a una velocità inversa alla lentezza dei pedoni. Auto nuove o recenti, tirate a lucido nonostante l’acqua e la polvere.



Le guidano cinesi, americani, portoghesi, angolani. Il traffico è infernale durante tutte le ore del giorno. Arterie strette e malconce non sono adatte a fronteggiare la rabbia dei SUV e l’intasamento provocato dai pullmini collettivi, unico vero mezzo di trasporto angolano.
Il lungomare non è per nulla fatiscente. Lo stanno rinnovando ed è attualmente chiuso ai pedoni. La politica seguita dall’Angola è di imitare sempre e comunque il Brasile come modello di sviluppo: ed ecco che il calçadão di Luanda diventerà una nuova Copacabana, con tanto di marciapiede a mosaico stile carioca, palme ecc.
Alle spalle del lungomare e dell’edificio Centrale di Luanda (una specie di pantheon neoclassico in stile salazarista, che richiama vagamente il contesto di piazza plebiscito a Napoli) si stende la fascia dello sviluppo recente. Per chilometri a poca distanza dal mare, una trafila di grattacieli in costruzione e una vera selva di gru in stile cinese; anzi di cinese non c’è solo lo stile, ma anche le ditte appaltatrici e i manovali. Con una maldestra trasposizione culturale, le scritte in cinese sulle facciate dei palazzi in costruzione sono state qua e là tradotte in portoghese, e il loro contenuto, agiografico e ingenuamente ideologico, tradotto in un linguaggio occidentale, fa sorridere:
trabalhamos bem felizes todos juntos na C.H.I. , o futuro nos sorri…
Che l’Angola sia terra di conquista e di contrasti è evidente. Gli stranieri che arrivano qui, senza essersi fatti scoraggiare dalla complicazione per ottenere il visto e dalle cifre astronomiche che occorre sborsare per tutto in quella che è attualmente la città più cara al mondo, non trovano nessun diversivo e nessun luogo di svago e si rifugiano negli hotel, oppure nell’unico centro commerciale esistente, peraltro niente male, lo Shopping Bela nella zona residenziale a sud della città. Qui non ci sono turisti, solo expatriates, che non si mischiano con i locali e popolano gli spazi a loro riservati, come facevano gli Inglesi in India o i francesi a Saigon ai tempi degli Imperi.
Gli arabi penetrano il tessuto commerciale della città e sono pressoché invisibili; i cinesi dominano nelle costruzioni e in parte del commercio; gli americani accorrono a frotte nelle zone di Cabinda e Lobito, ricche di giacimenti petroliferi. I portoghesi stanno ripopolando la colonia che hanno svuotato per secoli, ma stavolta non vanno giù i pendagli da forca o i colonizzatori agrari, bensì tipi intraprendenti affamati di business cui la presente situazione economica del Portogallo sta negando ogni via di successo in patria. Per finire, qualche brasiliano si sta cimentando con il business in Africa, non tanto per le vendite (il rialzo della moneta brasiliana ha reso non competitiva l’esportazione in questi mercati), ma soprattutto per l’acquisto di diamanti e altre pietre preziose.
L’Angola sta sicuramente prendendosi una rivincita importante su un passato di pena e conflitti. Lo sfruttamento delle ricchezze del paese, per quanto non condotto in maniera impeccabile dal governo, lascerà, lo speriamo, residui di ricchezza importante nelle tasche di una percentuale sempre maggiore della popolazione. Ma non ci facciamo troppe illusioni, visto che i contrasti tra ricchi e poveri sono enormi, e la forbice esistente oggi è simile a quella di un Paese come il Sudafrica (che ho già descritto altrove) o il Brasile di dieci/quindici anni fa.
Quello che è certo è che questo è un Paese che merita di più di quello che ha. La popolazione, meno di quindici milioni per un territorio grande quanto 4-5 stati europei dei maggiori, è enormemente sottodimensionata. Lo è non per motivi demografici ma solo per motivi storici, visto che dal ‘500 all’800 l’Angola fornì la sua meglio gioventù, milioni di schiavi, a Cuba, al Brasile e ad altri paesi americani.
Questo Paese è ricco di tutto, materie prime, risorse minerarie e petrolio, tanto che un governo intelligente potrebbe usare queste ricchezze per abbattere la povertà, alzare l’occupazione e gli investimenti e il prestigio internazionale, come è avvenuto in Brasile di recente.
La grave incognita che minaccia l’Angola, però, è di tipo politico.
Dopo oltre dieci anni dalla fine della guerra trentennale combattuta tra MPLA, UNITA e altre fazioni, oggi l’Angola è amministrata dai successori dei vincitori in guerra, partito di eredità comunista che sta aprendo sconsideratamente agli investitori stranieri in cambio di soldi e prestigio internazionale. È un po’ quanto avviene in Cina, con la differenza che il partito comunista cinese, anche dopo aver adottato il capitalismo riveduto e corretto, ha mantenuto dei meccanismi di autoregolamentazione etica e di controllo della corruzione, mentre qui sembra di poter dire che la cultura dei dirigenti è ancora elementare e la corruzione dilaga a tutti i livelli.
Il MPLA, partito al potere, dovrebbe risultare confermato alle prossime elezioni previste per fine 2012; al posto dell’attuale presidente Dos Santos, in carica dal 1979, andrebbe Manuel Vicente, presidente della principale società petrolifera di stato. Una sorta di Bush in stile afro, ennesima conferma per i pensatori alla Jeremy Rifkin i quali affermano che la politica di oggi non è che la sovrastruttura creata dai centri di potere per il controllo delle fonti energetiche non rinnovabili. Una coscienza, ahimè, sempre più diffusa e sempre più vera. Basta guardare sul mappamondo la geografia dei conflitti in atto.
Ma forse succederà qualcosa di diverso. I poveri dell’Angola, per quel poco che la loro voce conta, sentendosi sempre più poveri esprimono malcontento per l’evolversi in stile arabo della politica del loro paese. Masse affamate e ignorate a fronte di una piccola élite che si arricchisce, e il costo della vita che sale a dismisura. Sarà forse il principale partito dell’opposizione, l’UNITA, orfano del proprio leader carismatico Jonas Savimbi, a raccogliere la sfida di una democratizzazione del paese? Riuscirà l’Unita a sconfiggere le lobby petrolifere intrecciate all’attuale governo? Si vedrà. Certo che se l’MPLA perdesse le elezioni, sarebbe molto facile per il paese ritornare nel conflitto civile e nell’anarchia di tanti anni. D’altra parte, le forze internazionali sono tutte a favore del mantenimento di un interlocutore malleabile, aperto agli investimenti e allo sfruttamento straniero, il che fa dubitare delle probabilità di successo dell’opposizione nonostante le proteste di piazza sull’onda della primavera araba.
Il terzo attore di tutte le vicende politiche africane è l’esercito. Il potere dell’esercito è tale da influenzare da una parte o dall’altra, con il suo appoggio, l’esito delle elezioni. I militari, che diventano cruciali in caso di conflitto civile, mi sembrano un vero campione di corruzione, almeno a giudicare da come si comportano per strada, fermando regolarmente le auto specie degli stranieri, requisendo i documenti, facendo multe e rilasciando auto e carte solo in cambio di sostanziose mance (una gazosa, da sborsare per farsi graziare se si ha torto, equivale a circa 100-120 dollari, mentre la più modesta recarga –letteralmente una ricarica di cellulare- evita complicazioni anche quando si viene fermati senza essere nel torto, e costa dai 20 ai 30 dollari).