martedì 2 dicembre 2008

WEST BANK

Al mattino di buon'ora viene a prendermi un taxi, che il cliente palestinese ha mandato da Nablus per farmi arrivare fino alla frontiera della West Bank. il taxi ha la targa israeliana quindi desterò meno sospetti e non dovrebbero esserci perquisizioni. passiamo in realtà un paio di posti di blocco, ma nulla di diverso dalla routine sulle strade israeliane.

Un'autostrada a quattro corsie si allontana dalla costa e si incunea nel tavoliere brullo e argilloso che costituisce la parte interna del Paese. Dopo una quarantina di chilometri, con un paesaggio che mi ricorda il tratto dell'Adriatica tra Foggia e Bari, la carreggiata si restringe e si fa a doppio senso, mentre dalle parti, stretti attorno alla strada, ci rinchiudono due filari di reticolato. La pista, apprendo, è un corridoio israeliano dentro la west bank. Nei villaggi bianchi che punteggiano l'arida vallata, ora, noto che le chiese hanno ceduto il posto a moschee dagli aguzzi minareti.

Le strade d'accesso ai villaggi sono tutte chiuse, sbarrate e bloccate da jersey di cemento.

Alcune casamatte di vedetta ai lati dell'autostrada incutono un certo timore, mimetizzate come sono con finta vegetazione in rete di plastica e munite di guarde israeliane armate.

Raggiungo dopo circa un'ora una vasta rotonda, da cui si dirama un viottolo che porta verso un'altra valle. Qui il tassista viene controllato, e poi proseguiamo. E' l'accesso ai Territori. In breve ci troviamo imbottigliati in un ingorgo di auto scassate, biciclette, carri trainati da somari, arabi vocianti che strepitano e alzano polvere.

E' la stessa sensazione violenta che si prova quando, a Gerusalemme, si passa dalla spianata del Muro del Pianto attraverso il tunnel di transito pedonale per finire nel Souk del quartiere arabo.

Una folata di caldo, odore, voci che lasciano rintronati, dopo il rigore quasi teutonico della città ebraica.

Qui però è subito evidente che il salto è ancor più drastico. Non parliamo di due quartieri della stessa città, ma di due mondi completamente diversi. Passiamo di colpo e senza preavviso dal primo mondo al terzo (o quarto).

Il tassista mi molla nell'ingorgo, dove vengo prelevato dal Jamal, palestinese robusto e rubizzo sulla cinquantina, che alla guida di un SUV - rigorosamente decorato con brani del Corano - si fa largo in mezzo alla folla con fare mafioso sventolando il suo badge di "VIP business transit", che gli permette di andare da una parte all'altra della frontiera senza problemi. A me non chiedono neanche i documenti, sono amici dell'amico e tanto gli basta ("habibi" - amico mio - è la parola d'ordine qui e non solo).
In breve raggiungiamo il fondo della vallata dove, in una sorta di imbuto, sorge una città bianca e polverosa, caotica, stesa come una colata di calce sul fondo della valle e abbarbicata ai pendii laterali. Siamo a Nablus. Il centro della città è una piazza vagamente circolare, circondata di negozi e bottegucce con le insegne in arabo, e al cui centro sorge un monumento a uno dei martiri della resistenza locale. A proposito, incrociamo qua e là qualche drappello di fanatici col mitra e le kefiah legate sulla fronte. I gruppi armati ci sono eccome. Ma dall'altra parte non si comportano tanto meglio.

Sulla cima del colle che domina la città, sorge un fortino israeliano destinato principalmente all'osservazione del potenziale covo di terroristi. Ovviamente. è una sorveglianza armata, eccome. E basta guardare la collocazione per capire che un attacco dall'alto di un colle diretto all'imbuto in cui sorge la città avrebbe gioco facile.

"They watch us!", dice Jamal, e veramente, sia stato costruito a torto o a ragione, il fortino ebraico suona come una provocazione troppo forte. E comunque i palestinesi vivono tranquilli, impegnati nelle loro occupazioni.

Jamal mi porta nel cuore del souk per rifocillarmi con la tipica colazione locale, lo hummus (che qui pronunciano come "hamàs"). Si tratta di un piatto assai diffuso nei paesi arabi, un impasto a base di farina di ceci, sesamo (tahina), olio, limone, peperoncino e quant'altro.

La cosa tipica è il posto in cui andiamo, una botteguccia lercia gestita da un ottuagenario il quale con aria stoica rifiuta la modernità (quella che è arrivata a Nablus, almeno) e fa tutto a mano, cosa che nessuno fa più.

Il simpatico vecchietto dalle mani nerastre taglia i limoni, spreme, mescola, sbatte con la forza di un frullatore Mulinex. Solo il tempo impiegato è differente. Ci vuole mezz'ora per avere il nostro prezioso piatto pronto. Ma il tempo qui ha dimensioni arcaiche, non preoccupa nessuno. Mentre aspetto la colazione Jamal mi costringe a fumare tre sigarette una dietro l'altra, poi è la volta del peperoncino verde da mangiarsi a crudo (per preparare lo stomaco) e della cipolla cruda.

Tre vecchiette imbaccuccate di nero nel tavolo vicino masticano un cipollotto ciascuna con la bocca sguaiatamente aperta, dalla loro bocca provengono esalazioni simili alle solfatare di Pozzuoli. Anche questa è la Palestina. Quando finisco la colazione il mio stomaco è ridotto a un otre.. la farina di ceci fa decisamente il suo effetto. Paghiamo il titolare l'irrisoria cifra di 1 euro ciascuno e andiamo.

Il resto della giornata trascorre tranquillo qua e là per il Paese.

La Palestina ha una vitalità e un'energia del tutto simili a Israele, ma si respira un'atmosfera tesa che è il frutto di una vera e propria contraddizione. Sullo stesso territorio coesistono due sistemi geografici differenti. I palestinesi interpretano il territorio in un modo, gli israeliani in un altro. Lungo le strade della regione, gli insediamenti israeliani si alternano a miseri villaggi palestinesi. Non c'è logica in questa spartizione. L'unica logica è quella del più furbo o del più prepotente.

I coloni israeliani si insediano sulle cime delle colline per dominare la regione, mentre i palestinesi tendono a occupare le valli, ma a parte questo criterio di divisione non ve ne sono altri. E una convivenza pacifica appare veramente impossibile, perché si tratta non di due popoli diversi, ma di due mondi diversi, che si urtano e si sovrappongono.

Mi viene da pensare che finché non verrà trovata una soluzione a questo madornale errore politico, il Medio Oriente non avrà mai pace perché le braci della Palestina non si potrenno mai raffreddare.
Nel tardo pomeriggio, il tassista della mattina mi viene a riprendere dalla parte opposta della West Bank, e da lì mi porta giù per le colline di nuovo in Israele fino alla valle del Giordano, dove riesco finalmente e in modo rocambolesco a attraversare il confine con la Giordania per risalire ad Amman.